Chi si recasse alla mostra organizzata dal V&A pensando di trovare un’organica storia del Movimento Moderno sbaglierebbe destinazione.
Nelle tre ampie sale dedicate dal museo londinese ad alcuni dei fenomeni che hanno segnato la storia dell’arte, del design e dell’architettura nella prima metà del Novecento sono stipati materiali molto diversi: opere d’arte, documenti, manifesti, progetti, plastici, frammenti di film e di filmati documentari, foto d’arte e immagini esplicative, pezzi di design e abiti. Malgrado ciò, e pur nell’eterogeneità delle categorie che ne informano il percorso, la mostra rende conto efficacemente della complessità e molteplicità di livelli su cui il Movimento Moderno ha esercitato la sua influenza, anche grazie al supporto di un design che a tratti riprende i principi modernisti.
Schivando l’azzardo di ricondurre ad un unico racconto espressioni che restando fondamentalmente separate e mosse da motivazioni spesso discordanti, viene qui fornito un affresco delle numerose sfaccettature di un fenomeno definito dal contrasto con ciò che gli è succeduto, piuttosto che da una ragione interna. Senza porre troppa enfasi sulle etichette delle varie correnti comprese sotto la definizione-ombrello di Movimento Moderno (Costruttivismo, Suprematismo, Purismo, De Stijl…).
Ne emerge il quadro di un insieme di esperienze accomunate da un comune interesse per i volumi nitidi, la depurazione dal decorativismo e la fiducia positivista nel futuro alla base delle correnti di riferimento. Altro filo conduttore l’esaltazione della macchina, tanto come metafora della razionalità (per Le Corbusier “la casa è una macchina per abitare”) quanto come oggetto meccanico (esaltato per esempio al cinema dall’Uomo con la macchina da presa di Dziga Vertov e in pittura da Léger).
Ma gli impulsi di fondo restano tanto inconciliabili quanto la ricerca filosofica di leggi immutabili alla base del neoplasticismo (in mostra un dipinto di Mondrian e progetti di Rietveld, dalla
Modernism: Designing a New World 1914-1939 risulta poi particolarmente efficace come verifica degli aspetti nei quali il Movimento Moderno è stato superato e quelli in cui invece è diventato parte dalla nostra cultura. I fallimenti si registrano nell’utopia dell’estrema razionalizzazione quale mezzo di miglioramento sociale, da estendersi dal sistema di lavoro all’abbigliamento (fanno oggi sorridere le tute da lavoro di Rodčenko); nell’illusione che il purismo architettonico e urbanistico potessero conquistare le masse, alla base dei progetti di Le Corbusier (ma è sopravvissuta alla prova del tempo la Ville Savoye, in cui l’architetto francese riuscì a coniugare prodigiosamente i suoi principi costruttivi e una compiuta armonia); nelle sperimentazioni sul rapporto con le macchine applicate alla danza con costumi e scenografie, che a distanza di meno di un secolo appaiono grotteschi.
Quanto ai successi, li si può registrare soprattutto laddove il “movimento” è riuscito a penetrare nella vita postmoderna al punto da rendere difficile individuare gli elementi di originalità di opere d’arte e progetti. Come nella compatta e igienica Frankfurt Kitchen di Margarete Schütte-Lihotzky, qui ricostruita, del cui concept è arduo distinguere l’elemento rivoluzionario; di molte delle sedie in mostra (per esempio la Club Chair di Breuer), non diverse da quelle che usiamo tutti i giorni; della semplice razionalità del padiglione tedesco a Barcellona di Mies van der Rohe, dove per la prima volta la purezza e il vuoto sono eretti a monumentalità.
valentina ballardini
mostra visitata l’8 maggio 2006
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I appreciated very much the exhibition and the review. Thank you.
L.S.