L'artista cinese Ai Weiwei durante l'allestimento della sua mostra personale "Who Am I?" a Palazzo Fava sede delle esposizioni di Genus Bononiae (Roberto Serra / Opera Laboratori Fiorentini), ph. Roberto Serra
无边落木萧萧下,
不尽长江滚滚来。
“Senza fine le foglie cadono, frusciando nell’aria,
ininterrottamente il Fiume Azzurro scorre impetuoso.”
Du Fu
Nella profonda lingua cinese il concetto di imitazione può essere tradotto in più modi: con “fangzhipin” (仿製品) che sta per imitazione dichiarata. La distanza tra copia e originale è evidente, palese nello scarto tra i due termini. Ma esiste anche la parola fuzhipin (複製品), che cerca l’imitazione perfetta, identica, gemellare. Invisibile. Nella civiltà più antica e longeva del mondo l’imitazione era una pratica nobile e foriera di sapienza e gusto. Così nella pittura, nella poesia, nella calligrafia, arte per eccellenza volta alla copia perfetta.
Così Du Fu (934-962), appartenente al periodo della dinastia Tang imitava e rispondeva ai versi del poeta e pittore Wang Wei. E che a sua volta era imitato da Su Shi (1037-1101), scrittore della dinastia Song, che ammirava profondamente Du Fu, sforzandosi di riprodurre le stesse atmosfere malinconiche e riflessive dell’antico poeta. Concetti che torneranno utili mentre saliamo le eleganti rampe di scale decorate in marmo e stucchi di Palazzo Fava a Bologna.
Ci aspettiamo di entrare in contatto con i lavori di uno dei più originali e influenti artisti mondiali: Ai Weiwei. Who Am I?, protagonista della mostra curata da Arturo Galansino e prodotta da Fondazione Carisbo, Opera Laboratori nell’ambito del progetto culturale Genus Bononiae, visitabile a Palazzo Fava di Bologna fino al 4 maggio 2025.
L’attesa è però già bruciata dopo pochi passi. Bastano alcuni secondi per scoprire che la mostra è già iniziata a nostra insaputa, per la presenza di imponenti sculture-aquiloni in bambù, carta di riso e seta. Sono le chimere, i draghi e le fenici di Classic of mountains and seas creatures (2016). Aggrappate al soffitto, come antichi spiriti della mitologia cinese e custodi di un passato remoto volto all’oblio, ci scrutano in silenzio, fino a scortarci alla prima sala. Come a indicarci la via per il viaggio che ci attende.
E l’impatto non delude. In una sola stanza ci troviamo dinanzi alla Venere dormiente di Giorgione, L’Ultima cena di Leonardo da Vinci e l’Estasi di Santa Cecilia di Raffaello. Ma non sono tele originali. Non sono nemmeno dipinti, in realtà. Sono dei mosaici costruiti con mattoncini Lego.
L’effetto ottico è stupefacente e straniante. Il passaggio dalla figura alla texture mette l’occhio in difficoltà. Ci si chiede come questi tasselli di acrilonitrile riescano a imitare il dettaglio delle figure e la forgia delle tessere di pietra o vetro degli antichi mosaici. È questa l’arte dell’imitazione tanto decantata dagli studiosi? In effetti, questi lavori di Ai Weiwei esprimono un’ imponenza carismatica e un’ampiezza cromatica che ricorda molto da vicino gli originali. Non sappiamo se l’effetto conturbante sia dovuto alla sapida tecnica dell’artista o all’aura assoluta di questi capolavori della pittura moderna italiana. Probabilmente ci si muove in una zona intermedia, in un gioco di specchi tra il richiamo dell’originale e l’originalità della copia. E che riflette la potenza del concetto sopracitato di fangzhipin.
E mentre le grandi tavole comunicano tra loro, lo sguardo, prima o poi, viene risucchiato dal fragore scenico di Left Right Studio Material. Un grande tappeto di frammenti di porcellane blu posto ai piedi dei quadri, recuperati dallo studio di Ai Weiwei di Pechino, demolito nel 2018 per ordine delle autorità cinesi senza una motivazione ufficiale.
Un’azione distruttiva, anonima e incausata, che diviene parte di un dialogo sordo e violento con l’artista, che sceglie di porlo al centro simbolico della mostra. Una brutalità estrinseca che diviene forma poetica intrinseca.
Ma proseguendo per le sale e i piani di Palazzo Fava, invaso da oltre 50 opere dell’artista cosmopolita e apolide al tempo stesso (arrestato nel 2011 e in esilio volontario a Berlino dal 2015), ci rendiamo conto che questi lavori esprimono un codice sorgente, una radice purissima che esprime tutte le contraddizioni, la bellezza e il destino di quella cultura, di quell’atmosfera ineffabile che da sempre è per noi l’universo Cina. Anzi tutta la mostra è un dissotterrare tracce, attraverso cui Ai Weiwei, da saggio e paziente lǎoshī” (老师), ci insegna un piccolo e rudimentale alfabeto con cui decifrarne significati e valori. Con la nuova/antica Cina e Ai Weiwei siamo dunque nei pressi del fuzhipin: dell’imitazione perfetta, della copia identica al modello.
E da qui l’iconico trittico fotografico di Dropping a Han Dynasty Urn (1995), che ritraggono l’artista mentre getta a terra un antichissimo vaso del III secolo. O l’Han Dynasty Urn with Coca-cola (1994): un vaso della stessa epoca con un logo della Coca-Cola dipinto a mano. Oppure l’elegantissima Takeout Box (2022), una vaschetta di riso takeaway munita di bacchette in vetro finissimo di Murano.
Fino all’intreccio reticolare, alveare delle decine di biciclette in Forever (2003), dal nome della nota fabbrica cinese, in ricordo di quella massa acritica, silenziosa quanto potente e inestinguibile dei ciclisti di Pechino.
AI Weiwei ci insegna così storie di memorie sfregiate, di adattamenti forzati e di nuovi assoggettamenti, di travasi forzosi in nuovi involucri. Testimone di uno scontro di civiltà (quella tradizionale cinese e quella ipermoderna sino-occidentale) brutale quanto irresistibile. Di un’energia del cambiamento che ha travolto e annichilito tutto, quasi tutto.
Perché Ai Weiwei, vi ha saputo scorgere, senza remore e pregiudiziali, una libertà, un surplus di senso, zone terze di spazi significanti, che disorientano ma che sanno anche aprire.
E come la Cina ha dovuto affrontare sulla sua pelle una trasmutazione epocale, scioccante e inesorabile, come la muta di un serpente che dura una sola notte, così Ai Wei Wei, con i suoi addensamenti e le sue diluizioni, i suoi spostamenti e schiacciamenti.
Un artista ipermoderno dunque, che ha usato la propria pelle per rivivere ed esprimere quella drammatica transizione di un popolo intero. Dal legno degli sgabelli dei contadini (Bang, 2010) fino alla pittura pixellata dei mattoncini Lego.
Cosicchè in questo buco nero a colori in cui si annulla ogni forza di gravità della materia e del senso, Ai Weiwei diventa il campione di chi lotta contro quella Cina schiacciata e deturpata, condannata a un presente senza passato, e a un futuro senza presente. A dipingere quel vuoto costellato di senso calligrafico, simbolico e allusivo, quel non detto, pregno di parole e di significati tipico di una Cina antica e prossima alla scomparsa. Ma toccherà proprio a Ai Weiwei, e ad artisti e intellettuali come lui, a ridare un senso di marcia. E non solo alla sua terra ma anche alla nostra.
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non commento la Mostra perchè non l'ho ancora vista
ho conosciuto a Roma AI Weiwei al teatro dell'Opera dove ha Diretto "LA TURANDOT" recentemente, presente l'Ambasciatore Cinese fra le Autorità
personalmente le ho donato copia di due libretti di POESIE (in copia) in Italiano e Cinese, scritte dal Padre AI QING
"MORTE di un NAZARENO e "LA MANGIATOIA" illustrati da alcuni disegni del PADRE
mentre era in prigione-AI QING-scopre il VANGELO e scrive "LA MORTE DI UN NAZARENO" pubblicato dall'Osservatorio VATICANO il Venerdì Santo
nei Congressi INTERRELIGIOSI- UNESCO-la RUSSIA li ha pubblicati-l'ARTE è per TUTTI non uno strumento POLITICO
ricordo che AI QING era al fianco di MAO durante la RIVOLUZIONE, diventato Ministro della Cultura in Cina, ha poi conosciuto anche la prigione
oggi in Cina la sorella di AI Weiwei è una famosa pittrice.....
Scivolone di Ai Weiwei su Instagram: “Coronavirus come la pasta, sarà diffuso dagli italiani”
per me è questo weiwei quando si scuserà forse ....