Gli anni dell’arte a Napoli: una mostra al Museo Madre riannoda la storia

di - 1 Aprile 2025

Nel silenzio impreciso di una sala vestita di cloro e luce debole, il cerchio generato su di uno specchio d’acqua da una goccia insistente non fa in tempo a disfarsi che già interferisce con un altro uguale che, di lì a poco, ne avrà cancellato ogni rilievo. Le giovani acque siedono al tempo, mentre questo sbiadisce, e le sue “smarginature” si irradiano al calore alogeno di una lampada che ne fissa, in un angolo, l’immagine. È il 1970, alla Modern Art Agency di Lucio Amelio, ed è, allo stesso tempo, l’immediato presente, il momento in cui Delle distanze dalla rappresentazione (1968-1969) di Carlo Alfano si ripresenta al Museo Madre di Napoli, assieme a tutta l’arte che ha percorso la storia, le gallerie e i musei della città, in mostra fino al 19 maggio 2025: Gli anni. Capitolo 1. Episodi di storia dell’arte a Napoli dagli anni Sessanta a oggi.

Gli anni cap.1. Episodi di storia dell’arte a Napoli dagli anni Sessanta a oggi, a cura di Eva Fabbris, installation view, museo Madre, Napoli 2014. Foto Amedeo Benestante

Oltre il sipario che separa le pagine della vicenda firmata Alfano – Amelio, vi è tutto il resto del nuovo progetto espositivo ideato da Eva Fabbris, curatrice della mostra e direttrice del Museo Madre. L’omonimo romanzo di Annie Ernaux che ha ispirato il titolo di questo racconto (Les année, 2008) racchiude anche le amare profezie a cui la mostra prova a porre rimedio: immagini, nomi e volti che rischierebbero di sgretolarsi nell’oblio del dimenticare. Dal pharmakon del ricordo, nella sua duplice accezione, si trae il simultaneo beneficio ed effetto collaterale della nostalgia che, nel tentativo di essere alleviata, si intensifica, producendo uno sconfinato e odisseico peregrinare tra le opacità della memoria.

Gli anni cap.1. Episodi di storia dell’arte a Napoli dagli anni Sessanta a oggi, a cura di Eva Fabbris, installation view, museo Madre, Napoli 2014. Foto Amedeo Benestante

A questo immaginifico e sinaptico movimento corrisponde la narrazione non lineare ideata da Eva Fabbris: un propagarsi di emersioni critiche su dialoghi, vicende e figure del sistema artistico napoletano e dei suoi interlocutori, su cui converge una lente — sempre differente nella metodologia analitica — che fa riscoprire il documento-momento in ogni sua forma.

Dal fondo dell’ultima sala, il mosaico di tracce (e) materiali — curato da Andris Brinkmanis e Valentina Di Rosa — racconta, anno dopo anno, alcuni dei maggiori avvenimenti che muovono parallelamente alla vita della drammaturga lettone Asja Lācis, a partire dall’anno della sua nascita, il 1891, culminando nell’incontro con Walter Benjamin, a Capri, nel 1924. Qui nascerà Neapel (articolo pubblicato nel 1925 sulla Frankfurter Zeitung), il racconto di una Napoli «Porosa», un luogo dove «Si conserva lo spazio vitale capace di ospitare nuove, impreviste costellazioni» e «Il definitivo, il caratterizzato vengono rifiutati […]». Questa vicenda al capolinea della mostra, posta qui come premessa, si rivela utile a precisare la capacità innata della città a connotarsi pur rimanendo indeterminata, offrendo sempre una partizione aperta al nuovo e all’improvvisazione — come osservano Lācis e Benjamin — «Poiché nulla è concluso e fatto per sempre».

Gli anni cap.1. Episodi di storia dell’arte a Napoli dagli anni Sessanta a oggi, a cura di Eva Fabbris, installation view, museo Madre, Napoli 2014. Foto Amedeo Benestante

Tra le imprimiture del periodo 1960-2025, Gli anni ripercorre la genesi di alcune opere e acquisizioni, così come i rimandi tra numerosi avvenimenti artistici, interagendo soprattutto sui nessi, diretti o indiretti, tra i protagonisti della storia dell’arte partenopea. In questa direzione, si muovono le sale accuratamente datate ma non rigidamente periodizzate, dove figurano artisti come Luciano Fabro, con Nord, Sud, Est, Ovest giocano a Shangai, realizzata per il Museo di Capodimonte nel 1989; Francesco Matarrese e le sue opere testuali come Le contraddizioni sono ovunque, concepite originariamente per la galleria Lia Rumma; gli incontri tra antico e contemporaneo, scaturiti dal progetto Pompeii Commitment. Materie Archeologiche da cui deriva una foto di Luisa Lambri realizzata presso la Casa di Giulia Felice nel 2020. Una costellazione di scambi e ritorni, lontani — fino al Castello di Rivoli Museo d’Arte Contemporanea, da cui sono prese in prestito tre fotografie della serie realizzata da Nan Goldin tra Napoli e la costiera Sorrentina (1986-1996) — e vicini, come la Galleria Umberto Di Marino Arte Contemporanea quando si trovava a Giugliano (dal 2005 la galleria è a Napoli) rievocando la collettiva Architettura del colore (2002) attraverso La visione di San Giovanni di Hidetoshi Nagasawa, e la Fondazione Morra, da cui è tratto il “Santuario di mele” (Apple Shrine, 1992) di Allan Kaprow.

Gli anni cap.1. Episodi di storia dell’arte a Napoli dagli anni Sessanta a oggi, a cura di Eva Fabbris, installation view, museo Madre, Napoli 2014. Foto Amedeo Benestante

Non mancano figure come Achille Bonito Oliva, a cui si deve la curatela della mostra Vitalità del negativo nell’arte italiana 1960-1970, in cui è ritratto Carlo Alfano nelle foto di Ugo Mulas, e lo stesso Lucio Amelio, fotografato nella sua galleria da Mimmo Jodice. E, ancora, presso un’altra sala, si indaga il lavoro di Piero Manzoni e un Achrome incontra il colore monumentale della tela circolare di Ugo Rondinone, intitolata con la data della sua realizzazione (11 settembre 1999).

Interrogando tempi, archivi e generazioni, l’artista campano Federico Del Vecchio attraverso il progetto espositivo La Chimera, combina la collezione del museo — composta da opere di artisti come Vettor Pisani e Luciano Caruso — con le proprie opere e quelle delle più giovani Benni Bosetto e Helena Hladilová.

Gli anni cap.1. Episodi di storia dell’arte a Napoli dagli anni Sessanta a oggi, a cura di Eva Fabbris, installation view, museo Madre, Napoli 2014. Foto Amedeo Benestante

Nella discontinuità che oscilla nei frattempi dell’arte, tra futuri incompiuti e contemporaneità permeabile, rientra una sezione precisa —prevista anche per i capitoli successivi de Gli Anni — volta ad accogliere le testimonianze del presente, invitando artisti a esporre per la prima volta a Napoli. Tra queste: le operazioni performative sull’enorme letto di Valerio Nicolai che riempie un’intera sala (Sogni d’oro, primitivi), e la videoinstallazione di Andrew Norman Wilson (Silvesterchlausen).

In questo primo capitolo fatto di flashback e flashpresent, opponendo fiera resistenza alle premonizioni di Ernaux, si registra, sul carteggio asincrono tra ieri e oggi, la formula di un antidoto vivo e retroattivo, efficace sull’attuale quanto sul trascorso; un freno all’interferenza dell’inevitabile avvenire che, anziché sostituirsi — come tra cerchi d’acqua — osserva e preserva l’immagine di una storia unica e condivisibile, impedendone la dissoluzione.

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