Hybrĭda Tales è la rubrica di approfondimento nata da Hybrĭda, il progetto lanciato lo scorso anno da Untitled Association. Con l’intento di raccontare storie molteplici e prospettive plurali, Hybrĭda Tales costruisce uno spazio di dialogo, articolato e aperto su più livelli. Coinvolgendo alcune personalità legate a vario titolo al sistema dell’arte contemporanea, Hybrĭda Tales intende fornire un racconto, corale e variegato, a partire dalla prospettiva del narratore. Le interviste e i racconti di artisti, operatori culturali, curatori, giornalisti, collezionisti, galleristi andranno così a costituire un archivio condiviso e collettaneo di riflessioni aperte sulle prospettive future del Contemporaneo. Oggi abbiamo raggiunto Paola Capata, gallerista. Qui trovate tutte le puntate già pubblicate.
Paola Capata nasce a Roma nel 1974. Dopo la maturità classica si avvia agli studi universitari, conseguendo la laurea in Lettere e Filosofia alla Sapienza di Roma. Nel 2001 consegue la Borsa per il Dottorato di Ricerca in Storia dell’Arte Contemporanea presso lo stesso Ateneo con una proposta di tesi sui Media Art Center in Europa. Il Dottorato viene pienamente conseguito nel 2005. Dal 2001 al 2003 collabora con riviste del settore di ambito romano (Exibart, Arte e Critica, Time Out) e con la Galleria Nazionale d’Arte Moderna durante la creazione del nuovo Museo MAXXI. Nel 2003 fonda la Galleria Monitor, specializzata in artisti emergenti italiani e internazionali a cui si affiancherà la programmazione dell’exhibition space aperto a New York dal 2014 al 2016.
È stata tra i fondatori di GRANPALAZZO, nuovo modello di fiera d’arte contemporanea nella provincia di Roma, le cui edizioni hanno avuto sede nei centri di Zagarolo e Ariccia. Nel 2017 inaugura il secondo spazio espositivo a Lisbona, MNTR Studio, e il progetto di Straperetana, appuntamento di arte contemporanea nel borgo abruzzese di Pereto. Nel 2019 la galleria Monitor apre un terzo spazio espositivo a Pereto.
Cos’è per te l’arte? Qual è il tuo ruolo nel mondo dell’arte contemporanea?
«L’arte è una compagna di vita. Il mio ruolo, se c’è, è quello di servire gli artisti, cercando di interpretare le loro esigenze e bisogni e cercando di fare con l’attività della galleria qualcosa che negli anni abbia avuto un senso di esistere».
In quale direzione vorresti che l’arte contemporanea si muovesse?
«Vorrei che si muovesse in tutte le direzioni. E vorrei che facesse parte del quotidiano di questo paese, che di arte ne ha da vendere ma che il più delle volte (quasi tutte) se ne frega».
L’arte contemporanea ha un valore narrativo per te, ossia serve a raccontare? E cosa?
«Credo che l’arte narri la vita. L’ha sempre fatto. Sia quella di chi la realizza, sia quella di chi la vive. L’arte attraversa tutto: i secoli, le guerre, i luoghi, le civiltà. Ho notato che spesso, soprattutto ultimamente, si rimprovera agli artisti di non parlare della loro epoca. Credo che questo sia un errore di valutazione. Gli artisti parlano sempre del momento in cui vivono, loro malgrado. Sta a noi capire la necessaria distanza storica per valutare le loro opere e fare le giuste considerazioni».
Qual è la funzione dell’arte contemporanea oggi?
«Quella di sempre. Essere contemporanea».
Quali pensi siano i difetti principali nella comunicazione dell’arte? Quali aspetti che ripenseresti all’interno della comunicazione legata all’arte contemporanea? Perché?
«Credo sia sparita la critica vera, soprattutto sulle riviste. Per esempio, sono sempre poche le stroncature di un qualcosa: una mostra, un corpo di opere, un testo che accompagna una presentazione. E quando si fa, i social amplificano tutto riducendo un ipotetico dibattito ad un botta e risposta sterile, meditato poco, scritto a caldo. Siamo tutti bravissimi quindi? Credo bisognerebbe pensare di più e scrivere di meno. O forse scrivere di più pensando meglio».
Come credi sia possibile avvicinare un pubblico nuovo all’arte? Quali idee hai per l’arte nella città?
«Forse iniziando a scendere un po’ dal piedistallo che ci siamo creati, chissà poi perché. Mi sono sempre chiesta a cosa serva. A volte la gente ha paura ad entrare nelle gallerie o nei musei perché si sente fuori luogo. E noi pensiamo che vada bene così, che queste persone non ci servano. Sbagliato. A noi servono tutti, nessuno escluso e a quelle persone possiamo servire noi se non altro a far passare venti minuti a osservare le cose da un’ottica diversa mentre raccontiamo una mostra o parliamo dell’opera di un artista».
Trovi che il concetto di ibridazione sia importante nell’ambito dell’arte? E in che senso?
«In che senso? Ho sempre pensato che l’arte fosse ibrida per eccellenza».
Che responsabilità abbiamo del nostro ruolo, e delle nostre azioni, all’interno del circuito di scambio e di relazioni attivato dal sistema dell’arte contemporaneo? Senti di averne? Quale?
«Credo di averlo scritto prima».
Cosa significa fare ricerca oggi? Esiste uno spazio, una realtà, una associazione, che si occupa di ricerca e che vorresti raccontarci?
«Posso parlare del nostro modo di fare ricerca che poi è l’unico che conosco e di cui sento di poter dir qualcosa. L’associazione che abbiamo nel piccolo borgo d’Abruzzo di Pereto, straperetana, fa ricerca sul territorio e dà la possibilità a giovani artisti abruzzesi – e non – di fare la loro prima esperienza espositiva nell’ambito di una manifestazione partecipata da artisti di fama internazionale grazie alla curatela del critico Saverio Verini.
In più cerca di attivare il borgo creando una sensibilità diversa, soprattutto nei confronti delle giovani generazioni. In sei anni abbiamo ottenuto risultati belli, anche se la strada, come tutte quelle non battute, continua ad essere lunga e non semplice da percorrere. Ma noi continuiamo, con la perseveranza dei muli nei sentieri di montagna, piedi larghi e spalle cariche».
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