Le distopie rassicuranti: intervista a Elmgreen & Dragset

di - 31 Marzo 2022

Allergici alle rigide strutture e alle convenzioni dell’elitario e autoreferenziale sistema dell’arte, il danese Michael Elmgreen e il norvegese Ingar Dragset, sin dagli esordi — per dieci anni uniti nell’arte e nella vita — hanno fatto a pezzi la mascolinità tradizionalmente intesa e indagato l’identità di genere: dall’installazione all’aperto Cruising Pavilion/Powerless Structures, vicino ad Århus, con tanto di glory holes sulle pareti, al dibattuto monumento pubblico nel porto di Helsingør, a nord di Copenaghen, di una sirenetta/fanciullo. Elmgreen & Dragset espandono la realtà, fornendone prospettive inusuali e sorprendenti, e hanno fatto del “dislocamento” la loro cifra. Qualcuno li ha definiti artisti dell’inaspettato, ma le loro opere non si limitano all’effetto sorpresa. Sono distopie rassicuranti e “gli spazi le loro tele”. La mostra alla Fondazione Prada (fino al 22 agosto 2022) è la più estesa che sia mai stata dedicata alla carriera del duo scandinavo, di base a Berlino. L’abbiamo visitata durante l’allestimento in compagnia degli artisti.

Veduta della mostra “Useless Bodies?” di Elmgreen & Dragset Fondazione Prada, Milano, Foto: Andrea Rossetti, Courtesy: Fondazione Prada

Useless Bodies? mette in discussione la presenza fisica che sembra aver perso la sua centralità. Il corpo oggi è (quasi) inutile. In che modo la pandemia vi ha influenzato?
«Abbiamo cominciato a progettare la mostra nel 2017. Già prima del COVID, l’esistenza fisica del corpo era un problema, anche in relazione allo spazio. Il corpo non era e non è più il benvenuto nel sistema economico. Passiamo sempre più tempo online dove non c’è posto per il corpo che, con la pandemia, è diventato una minaccia. Ci possiamo ammalare se non si mantiene la distanza con gli altri. Il problema si è ingigantito e rafforzato. La mostra nasce anche da una frustrazione personale perché ci siamo trovati improvvisamente costretti a passare sempre più tempo online. Il titolo è Useless Bodies col punto interrogativo. La nostra risposta alla domanda è no! Perché il corpo è importante per la nostra salute mentale, per il nostro benessere, per la nostra esistenza. Non possiamo solo essere “mente”. La nostra mortalità è importante, la sessualità è importante. Con la mostra rivendichiamo la fisicità del corpo nella società. Vogliamo che le persone si riprendano il proprio spazio, si riapproprino di condizioni di vita che sono fatte per i corpi e non solo per le menti. Abbiamo bisogno dei nostri corpi».

Da produttori e consumatori, siamo diventati prodotti. Lavoriamo, indirettamente, per piattaforme digitali fornendo loro i nostri dati comportamentali che vengono raccolti, classificati e capitalizzati.
«Nel XIX secolo il lavoro manuale era importante per la rivoluzione industriale: eravamo produttori. Nel XX secolo eravamo importanti come consumatori. Nel XXI secolo siamo importanti in quanto prodotti. Uno degli affari più redditizi di questo secolo è vendere informazioni sul nostro comportamento, sulle nostre attività, sulla salute, sui nostri movimenti e desideri, e molta gente non ne è ancora consapevole».

Anni fa, in mezzo al deserto texano, avete installato una falsa e inaccessibile boutique Prada.
«Noi?» (sorridono ndr)

Sì proprio voi! Era un display, e i prodotti non erano in vendita. Che messaggio volevate lanciare?
«Volevamo creare un’opera di land art che parlasse della cultura di oggi e di come la nostra percezione della natura è stata coltivata e mediata. Non c’è più niente che puoi chiamare “natura” oggi. Volevamo vedere come sarebbe stata una boutique di lusso catapultata nel bel mezzo del nulla. Le opere di land art avevano un’immagine della natura romantizzata. La nostra opera mostra invece una natura mercificata. Il dislocamento è una strategia che abbiamo usato per molti dei nostri lavori. Prendere qualcosa e inserirla nell’ambiente sbagliato, così puoi farne un’esperienza diversa».

Elmgreen & Dragset
Powerless Structures, Fig. 117, 2001

Lo spazio è parte integrante del vostro lavoro.
«Gli spazi sono le nostre tele».

Qualcuno vi ha definito gli artisti dell’inaspettato. Io direi, piuttosto, gli artisti di distopie rassicuranti. Vi piace la definizione?
«La adoriamo! In effetti, molto tempo fa ci definivamo misantropi allegri. È simile, ma la tua è migliore».

Elmgreen & Dragset Garden of Eden, 2022

Pensate che la realtà e la quotidianità siano banali per essere rappresentate così come sono?
«La realtà non è banale. È banale il modo in cui viene percepita attraverso certi canali. La realtà è fantastica, misteriosa, perversa, contorta e non logica. Ci poniamo spesso le domande come se fossimo ancora bambini. Vogliamo vivere in una dimensione in cui la realtà è ancora meraviglia. È un mondo misterioso. Diventeremmo cinici se pensassimo di prendere la realtà e incasellarla tra bianco e nero, giusto e sbagliato. Molte persone non credono abbastanza alla loro propria realtà che può essere ricca, esotica, divertente, profonda, speciale… Pensano che sia meglio copiare la realtà di altri, o la realtà di un’altra cultura».

Volete espandere la realtà.
«Espandere la realtà è il termine giusto».

All’inizio del vostro rapporto di artisti e amanti siete stati anche performer. Michael ha un background nella poesia, Ingar nel teatro e nella performance. Ricordo l’azione 12 hours white paint. Non fate più performance?
«Non noi stessi. Inseriamo spesso elementi performativi nelle nostre installazioni e progetti. Ad esempio i custodi come parte dell’allestimento, ma solo se sono interessati a farlo. Ma chi può dirlo? Potrebbe sempre esserci una sorpresa».

Veduta della mostra “Useless Bodies?” di Elmgreen & Dragset Fondazione Prada, Milano, Foto: Andrea Rossetti, Courtesy: Fondazione Prada
Dall’alto in basso, da sinistra a destra: Nancy Grossmann Black, 1973–1974; Elmgreen & Dragset The Bed, 2019; Elmgreen & Dragset Looking Back, 2022; Elmgreen & Dragset, Untitled (After The Lovers), 2015

Vi siete spesso presi gioco del sistema dell’arte. Cosa non vi piace?
«Il suo elitarismo, le sue strutture e le convenzioni che sono molto rigide. Mi fanno pensare (a parlare è Michael ndr) a quando da piccolo mia madre decorava l’albero di Natale, ogni anno esattamente allo stesso modo. A sette anni le ho detto: “devi farlo in un altro modo perché non c’è nessuna sorpresa”».

Per tornare al corpo decentralizzato e depotenziato, prevedete uno studio virtuale o una mostra nel metaverso?
«Nessun piano al momento. Abbiamo bisogno della carne, e nel metaverso non c’è. Stanno cercando di farci sbarazzare completamente del corpo. Nel metaverso possiamo essere chiunque vogliamo ma non siamo nessuno. Creiamo tutti un mondo perfetto ma solo per noi stessi. Invece, ciò che è bellissimo nel mondo reale è che dobbiamo relazionarci con altre persone nel modo più sociale e meno narcisistico possibile. Il problema con la realtà virtuale è che non ha un cattivo odore, non c’è personalità e non c’è abbastanza sorpresa».

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