C’è una scena in
Last days di
Gus Van Sant in cui la camera indugia su un canale musicale che trasmette il video di una boyband afro-americana, mentre si compie la cronaca lirica di un requiem imminente. È un fuori-dentro difficile da collocare. È un mormorio che non intacca gli eventi. L’ottava edizione di
F.I.S.Co., promossa da Xing a Bologna da sabato scorso al 23 aprile, s’interroga su quel mormorio.
Universal Cosmic Murmur ne è infatti il titolo paradigmatico.
Il gesto curatoriale di Silvia Fanti, rigoroso sul piano ideativo e capace d’incisione concettuale, traccia un paesaggio tanto deciso nel disegno quanto instabile nelle forme e nei formati, definito da spettacoli non riconducibili a un esclusivo registro espressivo e tematico. Il festival pone di fronte a precipitati spettacolari che avvertono di un
fuori della scena, un presunto brusio del quotidiano, il cui riscontro -ora simulato, ora portato al parossismo per effetto di un’esplicita artificializzazione, ora restituito nella pratica di un mestiere- non cerca alcuna convalida veritativa nel reale, eppure non sembra potersene affrancare.
Questa edizione di
F.I.S.Co. individua punti di criticità non più nel seno di una critica della rappresentazione. Non si limita a girare la scena, le quinte, il fondale, per mostrare la tela, il legno della sua finzione materiale.
Universal Cosmic Murmur, in questo senso, si configura come un affondo di quell’insistito (e in qualche modo traumatico)
Today is ok dell’edizione 2007, che si fondava su una presa d’atto:
“
La forza pressante della realtà, della banalità di ogni giorno, penetra e gareggia con la creazione artistica”. Riscoprendo la topica (e scivolosa) relazione vita-arte, consuetudine-performatività si fende e, a un tempo, si ingloba nella scena quel brusio della quotidianità non come bassa frequenza né come contemplazione degli aspetti più triviali. Piuttosto si affonda il coltello in una questione radicale, in qualche modo sociologicamente connotata, che non de-nega mai il luogo deputato, ma lo fa evaporare dentro una polarità volutamente non risolta: in direzione della vita, o per assottigliamento o per sovraesposizione.
Dentro una cornice di divertita forzatura dei cliché della teatralità canonizzata si colloca il lavoro di
Nature Theater of Oklahoma. La compagnia newyorkese, fondata da
Pavol Liska e
Kelly Copper, per la prima volta in Italia con lo spettacolo-maratona
No dice, mostra strategie di retrocessione dei paradigmi della rappresentazione attraverso il ricorso a un mucchio di accorgimenti melò-drammatici. Più di cento ore di conversazioni telefoniche -affette da afasie e logorree, in cui la gente si lamenta del lavoro e sproloquia sulla giustizia sociale- editate in un collage vocale, sono registrate negli iPod che gli attori ascoltano in scena. L’uso di un’anomala colonna sonora storna, in una presunta risonanza emotiva, l’esibita goffaggine -come anche nel video
We’re in the Money– e collide con la grana vocale degli attori che oscilla da un’accentazione inautentica all’altra. Così pure la gestualità potenzia il senso di inattendibilità delle presenze con baffi posticci e parrucche.
Irridendo la tecnica dello yoga laughing, così di moda nel “dopo-lavoro” americano,
Antonia Baehr, performer e film-maker di Chicago trasferitasi a Berlino, presenta un progetto dedicato al riso:
Ridere e
Atelier sul riso. La funzione liberatoria di quest’atto, capace di opporsi agli stereotipi della serietà e alle mistificazioni del potere, è decontestualizzata e disinnescata nel rapporto causa-effetto. Il ridere diviene il luogo di una partitura controllatissima, messa in gioco per forzare una possibile empatia con lo spettatore.
Un coinvolgimento attivo del pubblico è richiesto, sotto il segno della fiducia, per il progetto di “agopuntura sociale” dei canadesi
Mammalian Diving Reflex.
Haircuts by Children è, infatti, una seduta di taglio dei capelli a cura dei bambini della V elementare Manzolini, nel salone di Gino, uno dei barbieri storici di Bologna. Attacco caustico del sistema burocratico è
Smashing, il video dell’artista, saggista e attivista politico dell’American Indian Movement
Jimmie Durham, che si distingue ancora una volta per la sua tattica di decostruzione ironica di convenzioni e pregiudizi della cultura occidentale.
Tutt’altro che straniante, allora, risulta la presenza di
Nom Donné Par L’auteur, una delle prime coreografie oggettuali d’ascendenza barthesiana di
Jérôme Bel. La scarnificazione semiotica dello spettacolo, che lascia spazio a un discorso critico sulla danza a partire dal corpo che non danza, non è in fondo un modo di fare i conti con un assottigliamento dell’azione per sovraesposizione del soggetto? Se Bel “dis-impara” a danzare, il coreografo tedesco
Thomas Lehmen, con
Lehmen impara, porta in scena una maldestra “meditazione” sulla vita a partire dal processo d’apprendimento di pratiche e saperi, in un insieme di dimostrazioni fisiche e testo recitato.
Inoltre, durante il festival una nuova
W abiterà Bologna. Da
Wanted di
Kinkaleri, progetto di
F.I.S.Co. 2007, a
Wasted di
MK & guests. Nel sottopasso di Ugo Bassi-Marconi,
Michele Di Stefano e compagni, conservando la grana del progetto originario, daranno vita a un habitat precario di baracche, dove vivranno per 48 ore. Una sorta di autorganizzazione del caos, che costringe a fare i conti con le scorie dell’abitare e con la verifica di possibili strategie di sopravvivenza. Uno spazio come una sorta di “discarica”, un accumulo di materiali artificiali ed elementi naturali e “di scarto”.