Il tentativo di tornare a percepire più direttamente ciò che accade, per contrapporsi in qualche modo alla (ir)realtà mass-mediatica; la volontà d’indagare sul quotidiano; la predilezione per un’arte dall’anima etica, piuttosto che estetica. Sono questi i propositi fondamentali de
Il Caos, che, come la rubrica da cui prende nome e ispirazione, tenuta giusto quarant’anni fa sul settimanale “Il Tempo” da
Pier Paolo Pasolini, nasce da quella
necessità “civile” d’intervenire che così tanto sembra essere trascurata dall’attuale arte italiana.
Il lavoro, questione posta al centro di questa collettiva, non è che la prima parte di una trilogia che troverà seguito nei prossimi due anni, quando sarà completata dagli appuntamenti dedicati ai temi della migrazione e dei conflitti.
La mostra sembra meglio congegnata rispetto alla precedente,
Zoom, allestita a San Servolo l’autunno scorso. In particolare, ora i lavori si trovano in un unico spazio, evitando l’utilizzo di ambienti di passaggio poco adatti alla funzione espositiva.
A questo criterio fa eccezione l’opera di
Giuseppe Stampone, una grande installazione sistemata in giardino, che – attraverso denuncia e ironia, sogno e drammatica realtà – riporta al disastro del terremoto in Abruzzo, terra d’origine dell’artista.
All’interno, come una sorta d’introduzione al percorso espositivo, il breve video estratto dal documentario sulla vertenza Alitalia,
Tutti giù per aria, asseconda la volontà d’approfondire un avvenimento ritenuto di particolare rilevanza. Non un’opera d’arte, ma un intervento in linea con quella “presa diretta sulla realtà” che fa da sfondo all’intero progetto. Stesso discorso vale per l’attivazione, come appendice della mostra, di un gruppo aperto sul social network Facebook, che raccoglie riflessioni sul tema del lavoro.
Le opere di
Alice Schivardi, sulla collaborazione fra diverse culture, e di
Sandro Mele, che attraverso una moltiplicazione visiva documenta l’occupazione da parte degli operai di una fabbrica in Argentina, guardano soprattutto all’azione collettiva e alle relazioni interpersonali e interculturali.
Così come
Il lavoro degli invisibili di
Danilo Donzelli, sulla via di un apprezzabile gioco tra parole e immagini, stimola riflessioni grazie a fotografie che inquadrano dei lavavetri, di cui però non è possibile vedere i volti.
Fra tradizione e modernità si collocano i componenti della famiglia palermitana protagonista del lavoro di
Marco Bonafè: un’indagine intimista, che per la sua semplicità risulta sorprendentemente incisiva. Mentre
Gea Casolaro somma le singole individualità per offrire un ritratto fotografico collettivo di un paese e dei suoi lavoratori, concentrandosi sui luoghi che li rappresentano.
È la stessa dicotomia tra lavoro e sfera privata che appare nel video di
Donatella Di Cicco, che, come l’opera di
Enrico Vezzi – una bella installazione abbinata alla proiezione d’immagini -, non manca di fornire alla mostra una vena più incline al sogno e al romanticismo.
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Pasolini e i medium di massa: http://www.youtube.com/watch?v=A3ACSmZTejQ
ps. scusate la pedanteria: il settimanale era Tempo, non Il Tempo (che è il quotidiano).