16 maggio 2023

exibart prize incontra Tatiana Villani

di

Tipico della mia ricerca è lo sconfinamento, la creazione di limiti sempre più ampi e articolati, la costruzione di nuovi ecosistemi.

Qual è stato il tuo percorso artistico?

Il mio percorso artistico è intrecciato al mio percorso personale. Lo studio, il lavoro, le persone che ho conosciuto, le vicende familiari confluiscono di continuo nella ricerca.
Sin da giovanissima ho sentito forte la spinta di capire quello che vedevo, sia dal punto di vista percettivo che dal punto di vista teorico, e soprattutto amavo farlo in compagnia.
La passione per lo studio e per la conoscenza mi ha portato ad una formazione eclettica, diploma sia artistico che tecnico, periodi di studio in Architettura e Fisica e poi la laurea in Accademia di Belle Arti seguita dalla specializzazione in Arteterapia. Ognuna di queste tappe rispondeva all’esigenza di approfondire un particolare ambito di ricerca e tutti confluiscono nella produzione artistica. Architettura mi ha lasciato la passione per lo spazio pubblico, in particolare per il verde. Sin da piccola sono stata a contatto con la produzione di piante e la lavorazione tessile, questo mi ha dato grande dimestichezza con le forme vegetali, con i tessuti e il cucito, queste esperienze sono state riversate poi in opere per lo spazio pubblico o per specifiche
comunità.
Fisica mi ha lasciato l’approccio scientifico che da anni mi porta ad ibridare aspetti immaginifici con specifiche ricerche, per fare alcuni esempi, ho una collaborazione con lo SMA (Sistema Museale di Ateneo di Firenze) per studi legati all’acqua e alle piante acquatiche, e invece su un altro fronte collaboro con un gruppo di quattro artiste, Il gruppo si chiama FAMA, acronimo di Four Artists for a Metastable Art composto da me, V.Lapolla, R.Morellet e E.Sauer, che declina in opere il concetto di metastabilità trattato in varie discipline. L’Accademia mi ha permesso di approcciarmi ad una pluralità di tecniche e materiali, di conoscere il passato e di iniziare una lettura critica del presente aprendomi al vasto mondo dell’arte contemporanea.
Arteterapia mi ha fornito gli strumenti psicologici e relazionali che mi permettono di lavorare con una certa cognizione con le comunità e di approfondire in studio le questioni legate a specifici temi intrapsichici.
Ho lavorato e continuo a farlo sia con gallerie che con associazioni, con commissioni pubbliche e in residenze d’artista, queste realtà spesso distanti tra loro mi permettono di indagare una pluralità di aspetti e pratiche.

 

Quali sono gli elementi principali del tuo lavoro?

Come si può intuire dalla risposta precedente tipico della mia ricerca è lo sconfinamento, la creazione di limiti sempre più ampi e articolati, la costruzione di nuovi ecosistemi.
Altro tratto che definirei caratteristico è la traduzione, lavoro su concetti simili e ci ritorno negli anni con altri strumenti, con nuovi linguaggi. Questo continuo travaso tra una tecnica e l’altra mi permette di aumentare la profondità, di aggiungere sfumature che con i mezzi precedenti non erano visibili.
Oltre a questi, elemento fondante del lavoro è il collettivo, il confronto e i vari punti di vista continuano ad essere alla base della ricerca, non amo praticarla come un monologo, ma come un dialogo, a più voci.
Anche quando lavoro in studio, condivido spesso il work in progress sui social o durante gli studio visit per affilare le questioni. Dal punto di vista del processo parto sempre dall’idea e cerco lo strumento adatto, la lingua più efficiente per indagarlo, questo mi porta a cambiare spesso tecnica e anche a sperimentare molto.
Nell’ultimo periodo mi sto occupando di questioni legate all’ambiente, in particolare sto lavorando sui sistemi di disseminazione delle piante. Il tema si innesta su precedenti ricerche sulla migrazione umana (körperland, Memories, le serie più significative), questo passaggio mi svincola dagli aspetti più emotivi per avvicinarmi al tentativo di conoscere i meccanismi alla base. Trovo molto affascinante la capacità molteplice di esseri viventi fondamentalmente statici, quali sono i vegetali, di coprire grandi distanze nello spazio e nel tempo. Provare a riprodurre questi sistemi costruendo strutture fantastiche, ma che di fatto mimano il funzionamento reale, mi permette di spostarmi da una visione fondamentalmente antropica e provare ad entrare in risonanza con un sistema più ampio, con il vegetale che racconto e con il minerale con cui lo rappresento. Spesso creo queste realtà direttamente in ambiente naturale e lì si inserisce la fotografia come strumento di memoria e come opera in sé, con il suo particolare punto di vista che ci racconta ancora altre storie.

 

In quale modo secondo te l’arte può interagire con la società, diventando strumento di riflessione e spinta al cambiamento?

L’arte interagisce sempre con la società, quello che cambia è il numero di persone che accedono ad una visione o ad un’altra, oppure la finalità dell’opera stessa.
Per esempio nell’arte partecipativa tengo conto del contesto sociale a cui mi rivolgo.
Ogni opera ci cambia, nel momento in cui entriamo in contatto con questa novità, che sia una sfaccettatura emotiva o un lavoro concettuale, non siamo più quelli di prima. Non credo che lo scopo dell’arte e di conseguenza dell’artista, debba essere l’impegno sociale, ma credo che si debba essere avveduti, mentre l’opera ha bisogno di essere libera e non inconsapevole. Questo porta di fatto tutta l’arte ad essere politica, perché fa
parte della sfera pubblica, si espone.
Interagire volontariamente sul fronte sociale apre a grandi sfide, a dubbi e fallimenti e a felici soluzioni, si entra in dinamica con un sistema articolato e complesso, in cui la maggior parte dei fattori non dipendono da noi, e bisogna lavorare duramente per non essere sprovveduti e insieme essere abbastanza elastici da non lasciarsi spezzare dalle spinte confliggenti.
Nella mia ricerca cerco di portare la normalità, il quotidiano nella pratica, provando a rifuggire da pratiche monumentali e clamorose. Piccoli spostamenti della visione, cerco l’inciampo in una piccola crepa, nel tempo in più che richiede un avvicinamento, nelpiacere e nell’impegno di confrontarsi con qualcosa o qualcuno di simile, ma allo stesso tempo altro.

 

Quali sono i tuoi programmi per il futuro?

Mi sento in un momento fecondo. Non sempre il lavoro è piacevole, capita di avere idee di cui siamo convinti e poi la realizzazione ci annoia o ci sfinisce, il passaggio dall’immagine mentale a quella reale è un percorso ad ostacoli.
Invece in questo momento la ricerca e la sua produzione sono armonici, il lavoro sul mondo dei semi mi porta in un’infinità di luoghi e per ogni sasso lanciato in acqua si generano numerose onde.
Sto lavorando a diverse serie parallele, pensate sia per luoghi aperti che per spazi espositivi, con specifiche necessità e caratteristiche.
Quindi direi che per ora il futuro immediato mi vedrà molto in studio. Per fortuna, dopo uno stop ai viaggi di quasi due anni, sono tornata a viaggiare potendo produrre in residenza, come nel caso della Biennale di Çanakkale, conclusasi a novembre, grazie ai progetti di Giungla, Festival di cultura contemporanea che dal 2020 si svolge nell’orto botanico di Lucca.
Per scaramanzia non parlo dei prossimi progetti espositivi, finché non è pronta la comunicazione, ma saranno visibili a breve.

 

In quale modo le istituzioni potrebbero agevolare il lavoro di artisti e curatori?

Tra i vari cambi di sede ho vissuto per un certo periodo in Germania, circa cinque anni a Berlino, dove ho fatto esperienza di un sistema dell’arte molto diverso.
Tra le possibilità che mi hanno colpito e che potrebbero essere riadattate al contesto italiano per renderlo più amichevole, mi vengono in mente la moltitudine di Gallerie comunali, spazi pubblici diffusi sul territorio per dare voce agli operatori locali, siano essi artisti o curatori. Sul fronte della produzione decine di studi concessi agli artisti e collettivi, sia per la produzione che aperti al pubblico. Poi i laboratori a disposizione, molto attrezzati, ognuno con tecnici per chi ne faccia richiesta. Per fare un esempio io ho usufruito di corsi di serigrafia al Bethanien e lo spazio attrezzato poteva essere affittato a cifre molto basse per le proprie produzioni, sempre nella stessa sede ho spesso usufruito dello spazio dei plotter e delle scansioni fotografiche in alta definizione, che permetteva sperimentazioni con attrezzatura sofisticata, ma a basso investimento. Esistono spazi equivalenti anche per la scultura, la performance, la fotografia, ecc.
Altra questione fondamentale il sostegno economico e fiscale, le opere sono vendute con un’aliquota IVA molto più contenuta.
Gli stessi artisti possono usufruire di speciali stipendi statali per produzioni di ricerca pura senza preoccuparsi delle ricadute commerciali.
Poi esiste anche un sistema integrato prevideziale e assicurativo, la künstlersozialkasse, cito dal suo sito: “ …]Con l’attuazione della legge sulla previdenza sociale degli artisti (KSVG), garantisce che artisti e giornalisti autonomi godano di una protezione sociale simile a quella dei dipendenti nell’assicurazione sociale legale.[“, e così via.
Ma la Germania è solo un esempio, anche la Francia e l’Inghilterra offrono grande supporto ai propri artisti e intellettuali.
Potremmo pensare di detassare chi acquista opere o progetti trasformando questi soggetti, di fatto, in mecenati.

Vorrei approfittare di questo spazio per ringraziare tutti coloro che mi hanno invitato e continuano a farlo, dandomi lo spazio per mostrare la ricerca. Oltre a tutte le persone con cui ho collaborato e con cui collaboro, senza di loro non avrei carburante nel motore.

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