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Shia LaBeouf, Nastja Säde Rönkkö e Luke Turner è il trio responsabile del controverso “He will not divide us”, il controverso progetto di cui vi abbiamo parlato spesso nelle ultime settimane. Partito da un museo decentrato, nel Queens (New York) è finito nel New Mexico, dove di nuovo è stato stoppato.
A New York si sono presi a botte, hanno inneggiato all’opera di Hitler (non ha fatto nulla di male), mentre accanto a El Rey Theater di Albuquerque, durante la recita della poesia di un uomo in webcam qualcuno ha sparato tre colpi.
Un caso? Secondo le fonti locali pare che la colpa non sia di Trump, ma del quartiere.
Quel che è certo è quello che sembrava un giochetto da ragazzi si sta trasformando non solo in un caso, ma sta dimostrando come una semplicissima azione di “presa di posizione” possa scatenare ancora l’inferno in chi ci sta intorno.
La dichiarazione, lo schierarsi, il “dirlo pubblicamente” – oltretutto mediato dall’intento artistico – risuona ancora come un tabù, e ancora di più se coinvolge la politica.
Sarà perché, in questo caso, siamo da soli con la nostra coscienza e una telecamera, ovvero l’arma più pericolosa dell’ultimo secolo, capace di spostare e incantare le masse, di creare identità e distruggerla. O sarà che ci siamo disabituati alla dialettica senza un contorno di violenza; sarà che il negazionismo e il revisionismo hanno fatto proseliti. E sarà che fuori da El Rey Theater è comparsa la scritta “Reject false idols. Do it!”. Qual è il falso idolo? Trump, LaBeouf, o l’idea di dire quel che si pensa senza essere messi alla berlina? (MB)