Guglielmo di Occam, filosofo medioevale, formulò il principio passato alla storia con il nome di ‘rasoio di Occam’; sosteneva che sia importante puntare direttamente alla sostanza delle cose, rifuggendo dalle ridondanze e dalle entità inutili.
Dan Flavin si ricordò del ‘rasoio’ (verità o leggenda metropolitana?) quando realizzò le sue prime opere, ottenute assemblando tubi al neon, una delle quali dedicata proprio al filosofo di Occam. Attratto dall’invito alla semplificazione Flavin sceglie la via del ‘minimo’ e utilizza tubi al neon di produzione industriale variamente colorati, inaugurando un filone dell’arte minimal che avrà molti seguaci.
E’ appunto questo il tema proposto dallo Studio Invernizzi, la luce artificiale come mezzo di espressione artistica. Opere che vanno dagli anni sessanta del ‘900 al 2004, dai neon fluorescenti ai led, seguendo l’evoluzione della tecnologia. A prima vista solo tubi al neon assemblati tra loro, fili elettrici e lampadine, le opere esposte sono di fatto il risultato di un percorso creativo, che punta alla semplificazione della forma. Perché Flavin, Miyajima, Colombo hanno scelto il neon e la luce artificiale? Forse perché il neon rimanda “ad una dimensione cosmica, ma anche ad una sacralità artificiale, illusoria e dunque, nell’epoca della realtà virtuale, la più virtuale di tutte” (Sigolo) o forse perché “la fluorescenza crea aloni cromatici che si irradiano dalla loro fonte e colorano l’ambiente” (Verzotti) e affascina artisti che, come Flavin e Colombo, lavorano sul rapporto tra opera d’arte e contesto architettonico.
Sono una decina le opere esposte alla Invernizzi, ciascuna con fascino e personalità.
Dan Flavin assembla tubi al neon a luce bianca e rossa per comporre Untitled, To the Citizens Swiss Cantons, Fleury plasma un sottile tubo rosa confetto per scrivere Pleasures (Pleausres). Tatsuo Miyajima (Monism Dualism n° 10) ricorre alle luci intermittenti dei led rossi e verdi, che, accendendosi, compongono in modo incessante sequenze di numeri casuali scandendo tempo e spazio con un ritmo nevrotico. L’opera di Gianni Colombo (0-220 volt) utilizza luce e legno; allineati sulla parete quattro
Una mostra in cui la luce è protagonista assoluta “esce dalla superficie del quadro e diventa materia viva, sostanza libera ed indipendente pronta a conquistare lo spazio…” (Pratesi). Chi guarda è affascinato dai bagliori di luce colorata, intrigato dalla ricerca di un possibile significato, ma inevitabilmente si chiede “esistono possibili letture estetiche dell’arte minimale? Può essere concepita una bellezza nell’assoluta sintesi?” (Sigolo).
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