Quelli di Domenico Piccolo (1968) sono corpi che escludono l’identità. L’ultimo connotato da cancellare è la diversità, da scontare come un crimine. Una differenza da dipingere col colore bianco in punta di pennello, la sola tinta abbastanza tersa da rimanere ben distribuita sugli arti appesi, quelli di chi è rimasto a fare la guardia, dietro agli occhi sbarrati. La tavolozza dell’artista torinese è flebile, ma intensa nella stesura, estremamente reattiva a contatto con le trasparenze dell’acetato. Come ama ripetere Piccolo stesso, “il bianco serve per lasciare aperte le cose senza quasi neppure incominciarle, come in un atteggiamento di timore, quello nel quale ci si rifugia per essere sicuri d’essere protetti”. L’estetica del corpo, nel tempo della pittura, trova in quest’artista una perfetta corrispondenza con l’idea di evaporazione del concetto di individuo. Senza contare che chi cerca la realtà nei suoi lavori non può far altro che trovare un angolo a parte dal resto. Una quiete in movimento che solidifica il corpo e lo spinge ad allontanarsi dalla difficoltà della parola. Le figure di Piccolo sono attorniate da corpi morbidi che condensano e finiscono annodate in semplici giri di pelle. Il derma è il contenitore unico nel quale vengono a raccolta le differenze a carico dell’isolamento quotidiano. L’artista lavora da anni con i disabili ed è ben consapevole di quanto, dietro lo sfondo della normalità essenziale, si nasconda la reclusione di una società dell’artificiale. Per questo ogni sua tela è stesa con rapidità mimetica, sparpagliata tra le figure dei visi e i contorni baluginanti dei profili.
Quel che più rimane della sua opera è la tensione della loro sospensione, creata da sfondi spessi e fissi.
Piccolo ha la capacità di lavorare con figure di corpi che si condensano al punto da diventare una sola cosa con il colore e la pennellata. A volte sembra che siano le tinte tenue ad andarne in cerca e poi a tracciarli. La sintesi, infatti, permette di non spendere l’energia della tecnica nell’incompiuto, ma di dare riconoscibilità al tratto. Come se nella forma risiedesse la volontà persa, quella che eleva l’umano a misura di in-diviso.
ginevra bria
mostra visitata l’11 febbraio 2006
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