«L’idea di originale e la copia di un originale sono due cose molto diverse». La sede milanese della Lisson Gallery presenta la personale di Jonathan Monk, artista britannico che riflette sull’opera d’arte oggi in relazione al suo passato. Ponendosi interrogativi sul senso dell’originalità, Monk crea opere a partire da altre opere. Attraverso un processo di appropriazione, adattamento e rielaborazione, l’artista riesce a produrre qualcosa di realmente nuovo e ad aprire un ulteriore spazio di interrogativi nello spettatore.
Le sue opere sono estremamente raffinate, criptiche ed eterne nella loro immobilità scultorea, ma in cui si addensano orizzonti e livelli di lettura che vanno sempre più in profondità oltre la levigata superficie.
Per completare le opere Jonathan Monk ha invitato diversi artisti del movimento dell’Arte Povera a intervenire sui busti, rompendone i nasi. Jannis Kounellis, Pier Paolo Calzolari, Emilio Prini e Gilberto Zorio hanno accettato di sfigurare ognuno un busto, assestando al ritratto di Monk un colpo di martello appositamente scelto, spaccandone il naso. Zorio ha persino aggiunto al naso rotto un piccolo grumo di argilla gialla. È in questo momento di distruzione che l’opera viene a esistere: sono dei reperti che emergono dalla memoria, la raffinata perfezione contrasta con la parte sfregiata, una ferita nella certezza granitica dell’arte autoreferenziale che apre una dimensione di incertezza.
Il lavoro Covered Motorbike, è la più grande scultura in bronzo mai realizzata da Jonathan Monk. L’artista ci mette davanti un oggetto ingombrante, pesante, inerte. La plasticità scultorea rivela l’oggetto rappresentato, ma privato di tutti i suoi connotati di dinamismo per farlo diventare una natura morta coperta, lasciata intravedere solo attraverso il velo. La motocicletta è svanita, completamente nascosta sotto la tela cerata. Il soggetto dell’opera resta un segreto. Ancora una volta sono molto forti e diretti i richiami alla grande arte classica. Un monumento contemporaneo che dialoga coi nudi e coi grandi corpi scultorei adagiati dell’arte antica, le figure morenti, i volti velati che hanno popolato la tradizione scultorea. Un nuovo soggetto di una società attuale restituito e deprivato del suo significato per farsi granitica memoria di una società che ha come immaginario una nuova divinità contemporanea. Sulla stessa traccia The Void, una lastra che raffigura la parte posteriore del furgoncino a tre ruote Ape Piaggio, ingrandito e realizzato in marmo, l’opera è l’omaggio di Monk a questo semplice mezzo di trasporto. Ma è anche molto di più, attraverso l’assoluta perfezione di questa lastra in marmo grigio, Monk apre una riflessione sulla scultura, sulla sua relazione col reale, col passato, e la sua storia. Una stele funeraria che immortala una reliquia presente che è già memoria.
L’artista, attraverso questo articolato percorso scultoreo che affonda le radici nella tradizione, affronta il dilemma contemporaneo di come fare arte di fronte alla storia dell’arte: come essere originali quando sembra che tutte le domande siano già state fatte. Ma quando crediamo di avere tutte le risposte, proprio allora l’universo ci cambia tutte le domande. Così nell’atto di esaminare, modificare e ripresentare, nel tentativo di riformulare ulteriori interrogativi, Monk riesce a creare realmente qualcosa di nuovo e lasciare lo spettatore con una sensazione di un altrove ancora possibile fatto di nuove domande, nuove riflessioni, di immutabile poesia.
Maria Cristina Carpi
Mostra visitata il 22 maggio 2013
dal 23 maggio al 19 luglio
Jonathan Monk – Senza Titolo
Lisson Gallery
Via Zenale, 3
20123 Milano
Orari: da lunedì a venerdì dalle 9.30 alle 13 e dalle 15 alle 18. Il sabato solo su appuntamento