Cosa c’è oltre l’utopia? Oltre le barriere del
suono, dove l’impossibile si annida e procede oltre, ancora oltre.
L’installazione di
Sudarshan Shetty (Mangalore, 1961; vive a Mumbai) in mostra alla Ierimonti evoca
ipotesi, enigmi insondabili che diventano squarci oltre cui osservare ciò che
siamo, lo scorrere contemporaneo della nostra esistenza.
From here to there and back again è il tema di un’esposizione
poetica, pressoché impalpabile, come i misteri della vita stessa. Come un
percorso breve “da qui a lì” seguito dall’eterno “ritorno”. Come lo scorrere
del tempo che i greci definivano “
anakuklosis”, un continuo ritorno, un ciclo
costante, lento, eternamente identico e ingannevolmente mutevole e qui segnato
dai rintocchi meccanicamente inquietanti di un’installazione ansimante.
Disseminato di segni e simboli riconoscibilissimi e
custodi d’una cultura millenaria come quella indiana, il concept di
From
here to there and back again è segnato anche da piccoli oggetti, come un plastico che riproduce
il Taj Mahal, presentato in fase di decomposizione. Lo spazio principale della
mostra si presenta pressoché carico, anzi piuttosto caotico, quasi
claustrofobico per la coesistente concentrazione in una piccola metratura di
tre imponenti installazioni.
Effetto voluto e ricercato dallo stesso Shetty, spiegano alla Ierimonti. Perciò nessuna sottrazione
nell’esibizione, piuttosto un riempimento quasi in maniera esponenziale, che
impedisce una reale percezione delle singole opere. Del resto, per scorgere
l’invisibile bisogna impegnarsi. E le difficoltà non sono mai prevedibili. Che
siano i resti di volatili in cattività spietatamente repressi, che sia la
carcassa di un animale a sorreggere quotidiane mense infauste, che siano
squilibri precari e prevaricazioni aberranti, Sudarshan Shetty distilla l’epica
delle cose e ne sottrae un soffio d’anima, che inevitabilmente resta
impalpabile.
Ma c’è, e ciò che è dato vedere ne è la
traccia. Così come accade per la pila di valigie accumulate dietro una cupola di
legno, che diventa quasi un episodio sacrale fatto della summa di transiti,
arrivi, ritorni, partenze, ripartenze, naufragi, immobilità assolute, fughe in
avanti rintocchi indietro obbligati, voli, abbandoni, cammini, smarrimenti,
costrizioni, cadute, gabbie, precipizi scoscesi…
“
Entrare nel mondo di Sudarshan Shetty”, spiega il testo a
corredo della mostra, “
è un viaggio nella nostra contemporaneità, nell’anima
di diverse culture dove territori impensati si aprono davanti ai nostri occhi”. In
mostra, dunque, un percorso disegnato da installazioni che diventano
“meta-macchine”, ovvero enigmatiche finestre su di un’esistenza che ovviamente
però resta insondabile. Un gioco che mette in equilibrio reale e artificio con
la soggettività evidente di un artista che non cela le costanti di un lavoro
ultraventennale e che, al tempo stesso, riesce a dialogare con l’eterno,
mostrando panorami dal respiro universale.