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È possibile sfuggire alla supervisione? Leander Schwazer e The Late Estate Broomberg & Chanarin a Bolzano
Mostre
di redazione
Trappole, immagini prese da videotrappole, botole e gabbie, e anche meccanismi della sorveglianza del XXI secolo. Dopo il Panopticon di Jeremy Bentham e 1984 di George Orwell, metafore del controllo sociale del potere totalitario verso il controllato, ora sembra non esser più possibile sfuggire alla supervisione, tanto da dire che è la stessa massa a creare sorveglianza, diffondendo una vera e propria cultura. Più gli esseri umani sono sorvegliati, tanto più si sentono liberi nel regime dell’informazione, e più si sentono liberi maggiormente si fanno sorvegliare. Mentre la sorveglianza, infatti, si alimenta attraverso la diffusione di telecamere sempre più economiche per le singole persone, entrando nelle case e nelle vite, la sorveglianza di massa è ormai diventata tanto parte della contemporaneità da poter affermare che il soggetto agisce in essa e ne rimane ingabbiato, perdendone i diritti civili.

Varcando la soglia di Ar/Ge Kunst, e della nuova mostra Pepe e olive. Sulla contro-sorveglianza, «anche noi rimaniamo ingabbiati in un involucro trasparente, senza riconoscere più il percorso di uscita. Chi è quella mosca che si aggira all’interno del vetro se non noi?», si chiedono Zasha Colah e Francesca Verga ricordando le Ricerche filosofiche di Wittgenstein e sottolineando la dimensione di un’esperienza di riflessione tanto urgente quanto attuale.
Leander Schwazer racconta la videosorveglianza da un punto di vista iconografico e identitario, cercando nello strato inconscio l’origine della cultura della sorveglianza. Inserisce immagini prese da videotrappole nelle foreste, di lupi, orsi e altri animali avvistati di notte, all’interno di botole e gabbie, evidenziando la loro qualità spettrale e allucinatoria. «Queste immagini arrivano a noi attraverso la tecnica illusoria del Pepper’s Ghost, un gioco di superfici riflettenti utilizzata in teatro per creare spettacoli con effetti speciali e che l’artista utilizza all’interno delle sue installazioni. Le persone dunque si piegano, guardano attraverso, scrutano, e si muovono nel voyeurismo tra lo spiare e l’essere spiati. Da una parte queste visioni alimentano la creazione dell’altro, lo ostracizzano, lo rendono estraneo e pauroso. Dall’altra parte il sé viene riflesso in esse; l’altro siamo proprio noi e il Pepper’s Ghost è soltanto l’altra scena freudiana della visione», proseguono Colah e Verga.

Se Schwazer suggerisce un’illusione realistica – ciò che guardi e sorvegli è dunque un’illusione, nel momento in cui crei l’altro stai creando anche te stesso – e la trappola, nelle sua opere, assume forme umane, identificandosi con l’intrappolato; Broomberg e Chanarin, invece, hanno utilizzato una potente tecnologia di visione artificiale per mappare su un rendering digitale i movimenti fisici del leggendario film d’esordio di Dziga Vertov (1896-1954) Anniversario della rivoluzione, considerato perduto per quasi un secolo e forse il primo lungometraggio documentario mai realizzato, che è stato recentemente riassemblato dallo storico del cinema Nikolai Izvolov.

Nel percorso di Pepe e olive. Sulla contro-sorveglianza c’è anche una parete vuota. Artists + Allies x Hebron (AAH) aveva proposto una strategia di controsorveglianza che utilizza la tecnologia che le è propria per sovvertirla: mentre le telecamere di sorveglianza dell’occupazione israeliana sono usate per esercitare il controllo e generare paura, le telecamere di sorveglianza nascoste da AAH hanno uno sguardo benevolo che riguarda la coltivazione e l’azione collettiva, ed erano state installate per gli uliveti di proprietà palestinese, la più antica specie endemica della Palestina. A causa della precarietà crescente delle ultime settimane all’interno dei territori occupati della Cisgiordania, non è stato però possibile mostrare questo lavoro.
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