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I graffiti entrano al Museion di Bolzano e dialogano con la collezione contemporanea
Mostre
Riunisce opere di oltre 50 artiste e artisti dagli anni Cinquanta ad oggi, la mostra Graffiti al Museion di Bolzano, che si presenta come la prima esposizione istituzionale in Italia a esplorare l’evoluzione dell’uso della pittura spray nell’arte (fino al 14 settembre prossimo). Tra i lavori esposti, uno in particolare promette di riscuotere grande successo tra il pubblico: il New Media Express di Josephine Pryde.

Il trenino, composto da carrozze DB Schenker ricoperte di graffiti, viaggia su mini-binari e può ospitare fino a quattro persone per un giro insolito tra le opere in mostra. Candidata al prestigioso Turner Prize nel 2016, l’opera sembra offrire una premessa giocosa alla possibile contraddizione del progetto: i graffiti entrano sì al museo, ma in formato ridotto, quasi in miniatura. Sorge un dubbio non nuovo, ma lecito: se il contesto naturale dei graffiti è la strada, la loro museificazione non rischia di spegnerne il germe di ribellione e illegalità che ha alimentato il movimento? Non a caso, la cronaca racconta di writer che preferiscono distruggere le loro opere pur di non canonizzarle all’interno del sistema dell’arte – vedi i casi di Banksy e Blu, solo per citare i più noti.

Ma in quella che ormai viene considerata l’era post graffiti le cose sono un po’ più complesse e l’intento di Graffiti vuole essere un altro, come spiegano la curatrice Leonie Radine (Museion) e il curatore Ned Vena, artista e archivista newyorkese «la mostra vuole guardare al rapporto tra graffiti e arte contemporanea e invece di storicizzare i graffiti come forma d’arte outsider presenta opere di celebri artiste e artisti che hanno usato la vernice spray tra gli anni Cinquanta e Settanta, interventi di writer leggendari degli anni Ottanta e un’ampia gamma di artiste e artisti contemporanei che hanno dialogato con il graffitismo». Un mezzo, quello della bomboletta spray, che nel percorso espositivo a Museion è illustrato in un’attenta tassonomia, in quello che si sviluppa (anche) come un discorso allargato sulla pittura.

Nell’excursus storico con cui si apre la mostra, scopriamo, ad esempio, che già nel 1955 Hedda Sterne trova nella bomboletta, prodotto industriale, il mezzo perfetto per le sue veloci visioni urbane delle Highway e dei ponti newyorkesi. L’interesse tipico del Minimalismo per i materiali industriali si fonde poi con i gesti dell’Action Painting negli Sprays esposti nel 1959 da David Smith, mentre dall’altra parte dell’Oceano Charlotte Posenenske è interessata alla qualità fotografica della vernice spray e al suo effetto radiante. In Untitled e Perdonami le congiunzioni del 1968, opere su carta che alludono a genitali, penetrazioni e lingue sporgenti, Carol Rama pone invece la vernice spray al servizio del suo spirito irriverente.

In quello che è un continuo gioco di interazione tra Spray Painting e Painting Graffiti la mostra cattura poi il momento, tra la fine degli anni Settanta e Ottanta, in cui il sistema dell’arte cerca di capitalizzare gli interventi di writer emergenti a New York. Cambiano condizioni e supporti: fuori dall’illegalità, la tela prende il posto del treno della metropolitana, lo studio quello della strada e i graffiti cominciano a essere inclusi nel canone storico artistico.

Eppure, è difficile non provare un senso di disagio davanti ai graffiti su tela, appesi come quadri, un po’ come fiere in gabbia. Ci si interroga sul prezzo da pagare per entrare nel sistema. L’impressione è più forte in quelle opere che mantengono i codici visivi dei graffiti “classici” – come in Blade, Seen, Dondi White e Zephyr – mentre gli esiti sono meno disorientati quando se ne distaccano, come la pioggia di gesti di Rammellzee o la composizione astratta di Futura 2000.

«Anche se all’epoca i graffiti su tela erano considerati un espediente commerciale, oggi queste opere sono l’unica testimonianza concreta che resta di quella pratica» spiegano Radine e Vena, toccando un altro punto chiave, quello della conservazione di opere effimere come i graffiti, destinate ad essere esposte al meteo, a eventi climatici e naturalmente al caso.

Tutti meccanismi e condizioni che, come puntualmente illustrato dalla mostra, sono stati fatti propri da artisti e artiste contemporanee anche in tempi recenti – ad esempio da Karin Sander, che nella serie Patina Paintings utilizza tele readymade esposte ad agenti naturali o umani. È uno scambio di vocabolari, significanti e significati quello tra arte e graffiti, in cui i confini si confondono, o semplicemente non esistono. A partire dagli anni 2000, le pratiche di atelier e di strada sembrano fondersi felicemente, come nei disegni a grafite di Kunle Martins, membro del leggendario gruppo IRAK, che ritrae i colleghi Dan Colen e Armando Nin su enormi pezzi di cartone recuperati.

Il supporto malandato, autentico, fa pensare alla povertà dei materiali usati dai graffitari, che spesso rimediavano i propri strumenti con il racking, nel gergo, il furto. Lo stesso Nin è presente in mostra con un’opera nata dalla fuliggine prodotta da una candela accesa, metodo usato per realizzare i graffiti sui soffitti negli spazi chiusi. Nella preziosa ricognizione storica proposta dalla mostra il tono controllato viene appena sporcato da N.O. Madski, che per l’occasione ha realizzato anche un intervento spruzzato (ma non troppo) su una facciata di vetro di Museion.

L’esposizione cambia volto al quarto piano – quello del trenino di Pryde – che per l’occasione è abitato da lavori di artisti e artiste contemporanee che hanno incorporato elementi tipici degli spazi urbani nelle loro opere – da Klara Lidén a Matias Faldbakken, presente con una nuova installazione composta da piastrelle con tracce di vernice spray cancellata. «I graffiti hanno definito il mio modo di vedere le cose» spiega il co-curatore Ned Vena. Un pensiero che risuona, tra l’altro, nella delicata poesia di Yuji Agematsu, con le sue opere in miniatura, micro-universi di oggetti trovati in strada e raccolti in bustine di pacchetti di sigarette.