È la stessa Giosetta Fioroni (Roma, 1932) a dichiarare che, in una mostra allestita a Parigi nel lontano 1963, avvenne la svolta che, dalla pittura astratta e informale, la condusse ad accogliere, nelle sue tele, simboli e, infine, immagini. Immagini adottate col prevalente proponimento di dare forma a una narrazione squisitamente intima e soggettiva. Quel racconto privato che si coglie ne “Lo spazio della memoria”, la personale inaugurata in questi giorni nella Galleria Fidia e visitabile fino al 9 novembre 2021. Il medesimo titolo della mostra, curata da Gemma Gulisano, aspira a delineare quello spazio isolato e sottratto, costruito con la ripetizione, pressoché invariata, di immagini volutamente elementari, infantili, come cuori, casette, luna, stelle, spiritelli, uno spazio nel quale e attraverso il quale, l’artista indaga e ripercorre il filo della propria vita, costellata di ricordi, di dolori, di sogni.
Un’evoluzione, quella di Giosetta Fioroni, pressoché inaspettata allorquando lo sguardo si posa sugli “argenti”, realizzati con smalti e vernici industriali, tra la fine degli anni Sessanta e gli inizi dei Settanta definiti da Goffredo Parise “diapositive di sentimenti”. Opere dove la caratteristica fondamentale era proprio la mancanza di colore, o meglio, lo smalto di alluminio era l’unica tinta con la quale campiva gli spazi che intervallavano le linee che costruivano l’immagine e attraversavano la tela, interamente dominata dai soggetti isolati nel suo bianco.
È proprio attraverso quelle opere che Giosetta Fioroni, formatasi con Giuseppe Capogrossi prima e Toti Scialoja poi, si impose nel panorama artistico dell’epoca, e le valsero gli inviti, non solo alla Quadriennale di Roma del 1955, ma anche alle Biennali di Venezia del 1956 e del 1964. Anni in cui era praticamente l’unica donna di quel gruppo di artisti che, alla fine degli anni Sessanta, contribuì a rinnovare la grammatica artistica romana e non solo, solitamente riuniti sotto la denominazione della cosiddetta Scuola di Piazza del Popolo (ovvero Mario Schifano, Tano Festa, Franco Angeli, Mimmo Rotella, Jannis Kounellis, Pino Pascali, Renato Mambor) che ruotava intorno al Caffè Rosati e la galleria La Tartaruga di Plinio de Martiis.
Svolta inaspettata, quella della recente produzione, per i gli esplosivi colori che ricoprono i suoi quadri e per la predominanza di figure elementari, ripetute, con la sola variazione delle tinte e, a volte, di materiali comuni applicati sopra le tele. Inaspettata, ma che, a ben guardare, rimane fedele a dei punti cardine della sua intera produzione. Infatti, nelle opere esposte, realizzate negli ultimi venti anni, si rintracciano quegli elementi, finanche sigle, presenti sin dai primi lavori. In primo luogo, come la stessa artista afferma, l’infanzia, che è quella matrice comune a tutte le sue opere.
Da qui, deriva un mondo visionario, astratto e fantastico, attraversato dalle fiabe e dalla magia (infatti, vale la pena ricordare i libri Gli spiriti silvani e Patanella Dreams, ma anche la madre della stessa artista, una sapiente burattinaia). Così, quello “spazio della memoria” è stato costruito non solo attraverso una selezione delle più recenti creazioni di Giosetta Fioroni, ma anche con l’esposizione di una corposa documentazione fotografica che accompagna e, in qualche modo, completa il racconto intimo dei suoi lavori.
Esposti per “pareti tematiche”, si possono così ammirare la serie dei Volti (declinati anche in corallo, in giallorosso e in oro, alcuni inscritti in un cuore, e che traducono la visione dell’artista dell’universo femminile, della femminilità e del ruolo della donna), delle Lune e dei Cuori, proposte attraverso una ripetitività e serialità, le stesse caratteristiche che sono alla base della pubblicità ma anche dalla ripetitività delle immagini offerta dalle stesse strade della città, filtrate dalla visione e dal vissuto dell’artista. Quel vissuto che si rintraccia anche in quei lavori che, per tecnica, colori e dimensioni, si distaccano dagli altri, come Over the rainbow (2005 – a memoria di un arcobaleno dopo uno dei noti temporali romani), Lente amnesie (2008) e Ritratto di bambina (2003), ovvero la stessa Giosetta Fioroni bambina ma, al contempo, un delicato richiamo a quell’animo infantile ancora racchiuso in lei.
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