Zé Tepedino - Fresta - installation view - courtesy ABC-ARTE
Quattro chiacchiere con Zé Tepedino (Rio de Janeiro, 1990), che ci sta parlando di circolarità. Nel senso che la sua opera è tutto un fatto di collegamenti, di elementi ritrovati tra le strade della – altrettanto – sua Rio de Janeiro e riutilizzati pezzo per pezzo nella creazione di più progetti. Sul piano tecnico quindi capiamo che Fresta, la sua prima personale da ABC-ARTE a cura di Domenico De Chirico, è un progetto pressoché organico. Ma è quando lo sentiamo dire «C’è molta realtà nei miei lavori» che di riflesso annuiamo, come fastidiosamente fanno tutti quelli che sentono d’averci preso in pieno. In fondo solo pochi minuti prima eravamo in solitudine (cosa che durante un opening è più uno stato mentale che fisico), a far la spola tra le due opere posizionate all’ingresso della mostra. E quelle macchie di ruggine, su tessuti da ombrellone che trasudano Rio e a loro volta applicati su tela, non lasciavano spazio a dubbi: Tepedino è uno cresciuto a pane e realismo.
C’è la vitalità di Rio, nei tessuti consumati. C’è la mano di Zé negli assemblaggi che mescolano in tutta libertà colori, texture e geometrie. E più di tutto è con le ultime che l’artista si diverte parecchio, componendo lavori multi-materiali e multi-dimensioni in cui la percezione ritmica è sempre fondatamente ragionata, ma anche parte integrante di un prodotto estetico più complesso, in cui si avverte in maniera inequivocabile un confezionamento poetico alimentato da ciò che chiunque può vivere nel quotidiano. Perché si può essere molto poetici senza essere aulici. Stabilito questo, facciamo chiarezza: Tepedino non è un avanguardista. Nel senso che non è il primo, né sarà l’ultimo, ad adottare un certo approccio alla realtà puntando su elementi marginali (o presunti tali: nulla è effettivamente marginale nel realismo propriamente detto) che la compongono. Un esempio al passo coi tempi è il nostro Alessandro Piangiamore, quando raccoglieva fiori in giro per Roma e li imprimeva nel cemento (la serie si chiama Ikebana). La questione è che forse, in un mondo globalizzato, il concetto di “avanguardia” si è riconfigurato, anch’esso a dimensione. Lasciandoci l’onere non di piagnucolare confrontando il secolo scorso con quello odierno, bensì di constatare la capacità del singolo di contribuire attivamente alla crescita di un dato filone di ricerca. Come Zé, che sa il fatto suo, gestendo bene un certo approccio alla realtà e proponendo un lavoro centrato nel complesso, non lezioso nei risultati e qualitativamente valido. Non poca cosa per uno che opera nel visivo, come pure non lo è riuscire a mantenere in linea “mente, occhi e cuore” per dirla alla Cartier Bresson. E Zé, parere nostro, c’è ampiamente riuscito. Poi se a Roma c’era Piangiamore che raccoglieva fiori persi per strada, lui a Rio ha fatto lo stesso con le infradito Havaianas. Anche in un mondo globalizzato ogni capitale ha il suo simbolo e la sua storia.
A quanto racconta Zé, tagliare le infradito non è facile. Comporle in cornici di legno ancora meno, anche perché lui vuole che ogni spazio sia riempito al millimetro. Il risultato però c’è tutto e assicura il colpo d’occhio espositivo: Ascençao è una serie riuscita, forse la parte più calda e avvolgente di una mostra accogliente già solo perché ti trasporta al caldo delle spiagge sudamericane. Piccole dimensioni che funzionano, colori sporcati dalle strade di Rio su suole consumate che si portano dietro l’anima di chi le ha indossate. Ve lo scrivevamo poco sopra che Tepedino sa il fatto suo, e uno dei motivi è anche questo: non scimmiotta un bagaglio culturale e sociale, ma lo interpreta dall’interno, per non propinarci l’ennesima reincarnazione futuribile del ready made.
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