Chi siamo? Grottesche marionette spersonalizzate e sottoposte alla tirannia di codici e convenzioni offuscanti la veritĂ ? Oppure misteriose macchine spirituali guidate da un inspiegabile significato, capaci di scrivere esse stesse le regole della vita come disvelamento del suo piĂą occulto senso? Per
Evan Holloway (La Mirada, California, 1967) la questione, o forse la partita, è ancora aperta. Perché, come suggerisce il titolo della sua personale –
Scripted and Scored– s’interroga proprio su come norme e condizionamenti sociali, economici, ma anche biopercettivi, plasmino gestaltianamente la nostra idea della realtà . Avvicinandola ora a un insulso gioco del caso, ora all’inverarsi di un sacro assioma già scritto.
In
25-29, pulviscolo visivo di piccole teste in cartapesta, sospese a numeri metallici, il caustico riferimento a una demografia che ci vuole tutti “sciame” indistinto -dove l’unico valore leggibile e sensato è il numero- anticipa l’ancor più sardonica polemica contro le gerarchie sociali di
Bouquet, “florilegio” di figurine umane costrette a cibarsi dei propri escrementi. Anche in quest’opera la cartapesta, spesso usata da Holloway -che ama i materiali di recupero, in una sorta di
understatement scultoreo piĂą elegantemente
british che neopoveristico- produce, nella sua tattile indefinitezza, la multisensorialità e l’incertezza percettiva che caratterizzano il suo lavoro. Proprio la percezione e gli inganni dei suoi pre-condizionamenti sbalzano solidi tridimensionali dall’assoluta bidimensionalità di griglie metalliche sovrapposte in
Frame, ipnotica dimostrazione di come
“tutto, persino gli oggetti, non esista di per sé ma solo nei nostri codici culturali”.
Ecco dunque riaffacciarsi il determinismo, freddamente meccanicistico come in
Robot Counter, congegno esemplarmente
rough nel difforme accostamento di materiali riciclati e nella cruda esibizione della tecnologia; o inquietantemente cupo come in
War Pigs, inarrestabile caduta di una sfera d’acciaio, simile a un proiettile dal rumore sempre più insopportabile. Tragica metafora dell’impotenza innanzi al meccanismo della guerra, che se innescato si può solo angosciosamente osservare accadere. Più estetizzante è
X(4), modulazione punteggiata da vuoti di forme, suggestioni tattili e impercettibili variazioni monocromatiche, così “necessaria” nella sua euritmia da evocare nuovamente norme e fatalità . Ma questa volta nell’accezione filosofica di un’interna traccia che guida l’essere verso la sua più autentica realizzazione. Come in
Music Videos, in cui azioni casuali producono una serie di suoni, stranamente euritmici solo quando compiute in coppia dall’artista con il suo migliore amico. Come se la sintonia affettiva avesse creato spontaneamente una serie di convenzioni naturalmente finalizzate all’armonia. Se la vita sia insensato caso o mistico destino, è un interrogativo ancora sospeso. Ma già il domandarselo è un punto segnato a nostro favore.
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questo si chiama VEDERE una mostra