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exibinterviste – la giovane arte Carla Mattii
parola d'artista
Chi si rivede, la scultura. Carla Mattii ovvero l’ambizione di catalogare il creato a mani nude. Modelli? Un gesuita del Seicento. Dalle Marche a Milano (e a Roma) alla ricerca di una serra ottocentesca da trasformare in wunderkammer…
Quali artisti ti hanno influenzato maggiormente?
Un nome su tutti: Athanasius Kircher.
Che non è un artista…
Infatti. Sono sempre stata affascinata dalle sue macchine e dai suoi strumenti, soprattutto da quelli impossibili. Penso spesso a quella wunderkammer assoluta che era il barocco Museo Kicheriano al Collegio Romano dei Gesuiti.
E come lo presentiamo il tuo lavoro, parlando di zoologia e di botanica?
Proprio così. Parlerei di come si costruisce un erbario. E, soprattutto, dell’impulso tassonomico a catalogare il creato. Ovvero della volontà di ri-creare, in sintesi, la natura. Ma anche dell’ironia un po’ malata che sta alla base di ciò che faccio.
Artisti veri e propri, tra quelli che hai amato?
Blake, Klee e Rothko. Di ognuno di loro amo qualcosa in particolare. Mi rendo conto che sono diversissimi…
Diversissimi non direi, guarda caso in ognuno dei loro nomi c’è una kappa… E tra i contemporanei?
Giulio Paolini. Trovo fantastico Giovane che guarda Lorenzo Lotto. Poi, l’epico silenzio di Mimmo Paladino.
Tra gli stranieri?
Rebecca Horn, Bill Viola, Wim Delvoye, Olafur Eliasson.
E ora parliamo di te…
E’ stato tutto graduale. A casa non si parlava mai di arte, quando ero piccola… Non so proprio dire quando ho cominciato. Né cosa sia davvero importante per diventare artisti. Una specie di inquietudine esistenziale, forse.
E ora?
Ho mollato tutto quello che mi impediva di fare ciò che ho scelto di fare. Ho insegnato per diverso tempo. Era divertente ma anche faticoso: la mattina a scuola, il pomeriggio e la notte a casa a fare i miei innesti.
La tua formazione?
Istituto d’arte e poi… Volevo occuparmi di restauro ma, fortunatamente –e sottolineo fortunatamente– non ho superato le selezioni. Così mi sono iscritta all’Accademia più vicina, quella di Macerata.
I tuoi difetti, se vuoi parlarcene…
Non avere assistenti: le mie mani lavorano troppo lentamente rispetto al cervello. Poi, ho il difetto di far vedere al gallerista il lavoro solo una settimana prima della mostra. Nella vita direi i miei continui cambiamenti d’umore e la testardaggine assoluta.
Te la senti di sbilanciarti e di dirci come la pensi politicamente?
Fatico ad inquadrare il mio pensiero politico in un’ideologia esistente.
Una persona davvero importante attualmente per il tuo lavoro?
Paolo, il mio fidanzato. Riesce a cogliere aspetti del mio lavoro che io stessa spesso non colgo. Poi, tutti gli amici artisti che ho avuto la fortuna di incontrare appena approdata a Milano, dopo quattro anni a Vicenza. E ancora: i tecnici e i professionisti che mi hanno aiutata ad utilizzare le tecnologie che mi sono indispensabili.
E cos’altro conta?
La musica. Resta l’elemento più stimolante, secondo me, nel lavoro di un artista visivo.
Il rapporto con galleristi e collezionisti come lo vivi?
Bene. Per ora ho scelto di lavorare con persone che credono nel mio lavoro e lo difendono. Per fortuna quando produci non moltissimi lavori puoi incontrare solo questo tipo di persone. Non, certamente, galleristi interessati solo alla quantità.
Che giudizio dai della critica e della stampa che si occupa d’arte in Italia?
Se dicessi che sono sempre soddisfatta direi una falsità. Soprattutto, mi sorprende quando la critica si limita a descrivere la tecnica.
Evidentemente è piuttosto comodo…
Sì. Ma per fortuna non sono tutti così. Sono molto contenta dei pezzi di Ivan Quaroni, Alberto Zanchetta, Norma Mangione, Domenico Quaranta, Laura Carcano. Ultimamente di un pezzo che ha scritto su di me Marco Fabio Apolloni, uno storico dell’arte e scrittore di Roma.
Com’è il tuo studio?
Nota dolente. Attualmente vivo un po’ a Milano e un po’ nel paesello delle Marche e, purtroppo, non ho ancora lo studio che vorrei. A Milano lavoro a casa, dove elaboro i miei progetti; a Montegiorgio, dove ho più spazio, realizzo. Sporcando e incasinando tutto. Per ora mi limito a lavorare in questi due posti.
E con Milano come va?
A Milano sono più lenta. Incredibile no? In una città dove tutto cambia velocemente. Quando mi trovo per due mesi a Milano desidero tornare tra le colline marchigiane; poi, però, dopo due settimane passate nelle Marche desidero tornarmene a Milano.
Quale mostra ricordi con più entusiasmo?
Mi entusiasma pensare a quella che farò – che spero di fare, se solo riuscissi a trovarne una – in una grande serra ottocentesca di vetro e acciaio. Ultimamente ho esposto alla nuova galleria unosunove di Roma, e sono contentissima: finalmente uno spazio grande e bellissimo dove i molti miei lavori hanno potuto interagire tra loro.
Chi è sopravvalutato tra i giovani artisti italiani?
Tutti quelli che si adagiano su un lavoro che funziona. Ma poi funziona sul serio?
exibinterviste – la giovane arte è una rubrica a cura di pericle guaglianone
bio: Maria Carla Mattii è nata a Fermo nel 1971; vive tra Montegiorgio (AP) e Milano. Tra le personali: Carla Matti / Silvia Zotta / Isca Greenfield-Sanders, unosunove, Roma; Type/noType, Fabio Paris, Brescia (2005); White Project, Galleria Marconi, Cupramarittima (2004); Carla Mattii e Stefano Cagol, Andrea Arte Contemporanea, Vicenza (2003). Tra le collettive: Superplastica – Sculture del disequilibrio, Castello di Casalgrande, Modena; Sinnaturismo, Castello di Rivara, Torino (2005); Allarmi. Zona creativa temporaneamente valicabile, Caserma De Cristoforis, Como (2004); Carta Canta, Romberg, Latina (2003).
[exibart]
grande,grande grande carla!!
un saluto michael
salutami nache il tuo uomo e digli che l’ultimo dei depeche mi piace un sacco!!
Meravigliosa Carla, come artista e come persona, auguri per il tuo lavoro
Carla il tuo lavoro è fresco e solare almeno quanto lo sei tu!!!!
Bravissima
GRANDE CARLA!!!!!!!!!!!!
grande profff!!!!!!!!!
mi è tornata in mente mentre rileggevo gli appunti presi durante le sue lezioni, e allora mi sono messa alla ricerca.