Tutto parte da una critica al consumismo, alle sue dinamiche e alle sue leggi. Noi viviamo in un mondo dominato dall’economia, e ciò comporta per esempio un netto squilibrio fra le parti del mondo, un individualismo che sovrasta la collettività  e, va da sé, una corruzione diffusa. Questa non è, e non potrà più essere, la direzione giusta. Prendi gli ultimi avvenimenti, il terremoto e lo tsunami in Giappone. Personalmente sono rimasto davvero “scioccato” da una situazione paradossale: il telegiornale mostrava le immagini di alcune signore che, in mezzo alle macerie ed alla polvere, erano alla legittima e disperata ricerca di qualche loro oggetto. La cosa assurda è che mentre rovistavano in quel caos infernale si tenevano ben stretta al braccio la borsa firmata Louis Vuitton! Allora ho pensato: anche qui, anche stavolta, ha vinto il consumismo.
E’ per questo che alla tua personale alla Fabbrica Eos uno dei tuoi lavori fra i meno vistosi – ma a mio giudizio fra i più forti – è rappresentato da una serie di sacchi antiesondazione marchiati con il nome di una nota casa di moda parigina?
Certo. Ed è proprio questo il punto. Noi siamo così circondati ed assediati dai prodotti commerciali che alla fine è più importante il marchio piuttosto che la funzione.
Ma nei tuoi lavori non ci sono solo marche: per veicolare al meglio il tuo messaggio – il tuo grido antisistema – utilizzi moltissimo personaggi famosi dello spettacolo, della politica, dell’arte. In
Per me e per il mio fare l’artista le icone sono importantissime. Ma io preferisco chiamarli “miti”. Ecco, qui arriviamo ad un punto cruciale del mio pensiero: vedi, io tendo a smitizzarli, i miti; per me usare la figura di James Bond per pubblicizzare un prodotto per la pulizia della casa che si chiama “Bolt” rappresenta un passaggio chiave per strutturare una mia più ampia critica al consumismo. Sono per quella pratica che amo definire della “smitologia contemporanea”.
Dunque anche quando metti Marx, Lenin e Fidel Castro su delle bottiglie di Campari tendi alla “smitologia”…
E’ chiaro. Se metto su un oggetto di consumo, di largo consumo, la foto di un mito, ecco che quest’ultimo perde il suo valore perché viene investito da tutta la carica negativa di un prodotto commerciale.
Questo capita, diciamo, con gli “eroi positivi”. Ma nel caso di quelli negativi? In un tuo lavoro, “President”, appare un trio poco raccomandabile: Riina, Lucky Luciano e Al Capone sono rinchiusi nell’etichetta del famoso formaggio brie. Secondo te il messaggio che passa è lo stesso?
Beh, intanto io uso moltissimo l’ironia e mi diletto con i giochi di parole: in questo caso è persino troppo ovvio capire a cosa ed a chi mi riferisco. Ma certo non mi fermo a questo livello: per me è necessario “smitizzare” la realtà tramite l’uso dei suoi protagonisti. E l’attualità parla chiaro: questa è
Quindi tu credi all’impegno civile, sociale e dunque anche politico dell’artista?
Io credo fortemente nell’arte in quanto linguaggio franco e libero da filtri, dunque non riesco proprio ad immaginarmi se non impegnato a sentire il mondo e a preoccuparmi per esso, cercando allo stesso tempo di proporre delle soluzioni. Per quanto mi è possibile, sia chiaro. Credo però che questo lo facciano anche altri validi artisti: penso a Cattelan, per citare il più famoso, ma penso anche al più giovane Giuseppe Veneziano. Per amor del vero bisogna però dire che il consumismo è riuscito ad entrare con prepotenza nel mondo dell’arte, così negli ultimi anni il mercato è stato a mio parere più accessibile a persone politicamente meno esposte e socialmente meno impegnate. E questo è sicuramente un dato da considerare.
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sfigato a dir poco....