Categorie: Premi

Il Turner Prize 2019 assegnato per la prima volta a tutti finalisti

di - 3 Dicembre 2019

Lawrence Abu Hamdan, Helen Cammock, Oscar Murillo e Tai Shani non sono solo i finalisti del Turner Prize 2019 ma anche i vincitori, visto che il premio dedicato all’arte contemporanea più prestigioso e atteso è stato assegnato a tutti e quattri i candidati. L’annuncio, senza precedenti, sarà ricordato a lungo e, oltre a lasciare di stucco i presenti in sala durante la cerimonia di premiazione, svoltasi nel parco di divertimenti di Dreamland, a Margate, nel Kent, farà “giurisprudenza”. Aprendo con ogni probabilità una discussione critica sulle modalità di attribuzione dei premi in campo artistico e, più a fondo, sul concetto stesso di premiazione e competizione. Forse è ancora troppo presto per dire addio ai Premi – che continuano a proliferare – ma una riflessione, a questo punto, sembra necessaria.

Un premio in nome della condivisione e della solidarietà

La decisione è stata presa in seguito a una istanza presentata dai quattro artisti, che hanno chiesto alla giuria di assegnare il premio collettivamente: «In questo momento di crisi politica in Gran Bretagna e in gran parte del mondo, quando ci sono già tante cause che dividono e isolano le persone e le comunità, ci sentiamo motivati a sfruttare l’occasione del premio per fare una dichiarazione collettiva, in nome della condivisione, della molteplicità e della solidarietà, nell’arte come nella società», hanno motivato gli artisti.

Già avevamo scritto di quanto i finalisti di questa edizione fossero particolarmente impegnati nell’affrontare i temi più urgenti della contemporaneità, come quelli della migrazione, del patriarcato e dei diritti civili. Con questa dichiarazione, gli artisti hanno esplicitamente chiesto ai giudici di non considerare le loro ricerche e, quindi, i loro argomenti, in contrapposizione, dando più o meno importanta all’uno o all’altro. E così, Lawrence Abu Hamdan, Helen Cammock, Oscar Murillo e Tai Shani hanno deciso di formare un collettivo, al quale la giuria ha assegnato il Turner Prize 2019. Bisogna specificare che gli artisti non si erano mai incontrati prima di essere inclusi nella rosa dei candidati e ognuno di loro otterrà un quarto del premio in denaro, cioè 40mila sterline.

In effetti, già nel 2016 Helen Marten decise di dividere il premio in denaro con gli altri finalisti, Anthea Hamilton, Michael Dean e Josephine Pryde ma, in quel caso, il gesto era dettato più da generosità personale che da una precisa motivazione etica.

«Siamo onorati di sostenere questa audace dichiarazione di solidarietà e collaborazione in questi tempi divisi», ha dichiarato all’unanimità la giuria, presieduta dal direttore della Tate Britain Alex Farquharson e composta dal direttore di Gasworks Alessio Antoniolli, dalla direttrice della Showroom Gallery Elvira Dyangani Ose, da Victoria Pomery e dal giornalista Charlie Porter. Farquharson ha affermato che gli artisti hanno fatto riflettere molto i giudici, che sono rimasti affascinati dalla richiesta e hanno optato per la premiazione collettiva senza dubitare nemmeno per un istante.

La decisione di assegnare il Turner Prize 2019 a tutti e quattro i finalisti non è stata comunque presa sul momento. L’idea si è sviluppata già in autunno, quando gli artisti si sono incontrati per la prima volta a Margate per l’apertura della mostra del Turner Prize.

Le opere dei quattro vincitori del Turner Prize 2019

Le opere dei quattro artisti sono in esposizione in una collettiva presso la sede della Turner Contemporary a Margate, progettata da David Chipperfield, che è già stata visitata da 95mila persone. Cammock ha presentato un documentario che mette in evidenza il ruolo delle donne nelle lotte per i diritti civili nell’Irlanda del Nord. Murillo ha realizzato una grande installazione con figure di lavoratori in cartapesta chine su banchi e rivolte verso una splendida vista sul mare, oscurata da una tenda nera. Abu Hamdan ha presentato un progetto sonoro sviluppato con Amnesty International e Forensic Architecture, incentrato sulla prigione siriana di Saydnaya. Shani ha creato un’installazione surreale fantasy che rappresenta una città costruita da donne, in un mondo post patriarcale.

L’edizione 2019 del Turner Prize già aveva fatto discutere – in positivo – per la presa di posizione del board del premio, che aveva deciso di interrompere la partnership con la Stagecoach, società di trasporti inglese presieduta da Brian Souter, tristemente noto per le sue posizioni oscurantiste sui diritti LGBT.

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