Burri secondo Kiefer. O quasi

di - 5 Settembre 2013
Burri, Beuys, Kiefer: sono tre grandi artisti del XX secolo, diversi tra loro per generazione, nazionalità, formazione, espressione artistica, ma un sottile fil rouge gli lega e ne “giustifica” la bella esposizione di Città di Castello.
Alberto Burri, nato nella cittadina umbra, aveva accolto nel lontano 1980 a Perugia Joseph Beuys per una serie di lezioni; anche se i due artisti non si erano mai parlati prima, il loro era stato, in quei giorni, un serrato dialogo che affidava alle opere – le sei “lavagne” utilizzate da Beuys durante le lezioni, oggi conservate al Museo di Palazzo Penna a Perugia, e un grande “cretto in ferro” di Burri – un messaggio comune in un momento molto particolare del panorama artistico internazionale, proprio quando ci si stava avviando verso una “restaurazione” della figurazione.
A distanza di oltre trent’anni Anselm Kiefer, che di Beuys era stato allievo all’accademia d’arte di Düsseldorf, fa un omaggio ad Alberto Burri esponendo quattro enormi opere (circa 3x5m ciascuna) negli ex seccatoi del tabacco tropicale della Fondazione Burri.

Esteriormente l’ex seccatoio, posto ai margini del centro abitato, è una struttura squadrata, data dall’insieme di più capannoni senza finestre, un classico reperto di archeologia industriale forse un po’ cupo e freddo, ma comunque reale e urbano. All’interno del capannone n. 12, l’enorme spazio, dalle dimensioni quasi sproporzionate in rapporto al fruitore, accoglie sotto una luce bianca le quattro opere che si fronteggiano due a due: sembra di essere in un mondo diverso rispetto all’esterno, pare quasi di essere stati proiettati in un mondo “altro”, in un mondo irreale, in un cielo infinito e desolato. Al primo impatto si ha l’impressione di entrare in contatto con una dimensione extraterrestre dove non c’è alcuna traccia di vita umana. Tutto pare essere morte e distruzione, uno scenario apocalittico, sospeso, risolto in uno spazio “atemporale” dove lo scorrere delle ore e tangibilità con le cose sembrano non appartenergli.
La tipica tecnica di Kiefer, che utilizza tinte acriliche dai colori tonali (dal marrone al grigio con qualche sprazzo di bianco) miste a piombo fuso e oggetti più o meno di recupero inseriti in aggetto sulle superfici, caratterizza tutte e quattro le opere anche se esse sono molto diverse tra loro e ognuna racconta una propria “storia” con un proprio background culturale cui si riferisce.

Für Saint-John Perse. Étroits sont les vaisseaux (2003) rievoca l’atmosfera e l’ambiente in cui è collocato il lungo poema, Amers (1957), da cui è tratto il verso francese che dà il titolo al dipinto. Il poeta e diplomatico, premio Nobel per la letteratura nel 1960, pur chiamandosi Alexis Léger aveva assunto lo pseudonimo di Saint-John Perse per non generare confusione tra le due differenti attività che svolgeva. Amers è un’ode dedicata al mare e Kiefer con la materia densa e rugosa che stende sulla tela richiama il senso delle onde grigie e schiumose sulle quali, come con un gioco di fuochi incrociati, si riflette la mappa delle costellazioni.
L’opera Christian Rosenkreuz del 1999 prende invece nome dal leggendario fondatore dell’ordine dei Rosacroce che portò avanti grandi interessi per l’occultismo, l’alchimia e il misticismo utilizzando forti e insistenti simbologie.
Improntata a questo spirito “magico” è l’opera che Kiefer propone, forse, la più bella e suggestiva della mostra, al centro della quale campeggiano una serie di rose secche – la rosa rossa è appunto uno degli emblemi dell’ordine dei Rosacroce – e una pelle di serpente, animale fortemente simbolico che esprime una stretta attinenza con la nascita e la ri-nascita. Questi oggetti tangibili sono inseriti al centro un triangolo inscritto in un cerchio motivo cardine dell’ordine dei Rosacroce di cui si è poi impossessata la massoneria.
Lo sfondo del quadro dalle tonalità calde e cosparse dalle consuete inserzioni di piombo fuso evoca probabilmente la trasmutazione dei metalli tipica dell’alchimia.

Raumschiff (2004) è un’opera il cui titolo significa astronave e questa astronave Kiefer la colloca in un contesto spaziale tumultuoso e fortemente evocativo segnato da una moltitudine di stelle ricongiunte tra loro da linee bianche e identificate, come avviene nei registri astronomici, con dei numeri. Numeri che ricordano però anche quelli con i quali erano contrassegnati gli ebrei nei campi di concentramento. Un argomento cui l’artista tedesco fa spesso riferimento nelle proprie opere e, pur non avendo vissuto personalmente certi momenti, per ovvi motivi anagrafici, lo acquisisce come dato storico di rilevante importanza.
La Cabala è stata oggetto di una serie di opere di Kiefer e Merkaba del 2002 è una di queste e fa riferimento ai sette passaggi che, secondo gli insegnamenti esoterici, si devono attraversare per raggiungere la spiritualità divina. Per Kiefer Merkaba si identifica però anche con il processo che si attraversa lavorando con l’arte e quindi non è un punto di arrivo ma un mezzo per arrivare. I numeri disseminati sulla superficie dell’opera sono quelli con cui la NASA identifica le costellazioni e che Kiefer associa a quelli dei sette palazzi celesti. L’astronave in piombo, posta al centro della tela, diventa la linea di separazione tra il cielo e la terra, tra lo spirituale e il materiale, i vari aeroplanini presenti sono un mezzo di esplorazione e divengono il simbolo di un ponte tra il passato e il futuro, quindi, in un certo senso, il simbolo della “Storia”.

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