Pollock il selvaggio

di - 28 Novembre 2013

Nel secondo dopoguerra l’Europa perde il suo monopolio culturale ed artistico, il centro delle avanguardie diventa New York, irrompono sulla scena Pollock e gli “irascibili”, gli altri protagonisti dell’Espressionismo Astratto, il primo movimento autoctono americano, formato da un gruppo di artisti non legati da uno stile comune, ma interessati al segno, al gesto e all’azione come  nuovo linguaggio, in contrapposizione alle avanguardie europee, al realismo sociale, al regalismo di moda in America negli anni Trenta.
Al piano terra di Palazzo Reale, la controversa mostra “Pollock e gli irascibili. La Scuola di New York” (fino al 16 febbraio) certo non brilla per guizzi critici, è didascalica, anche piccola rispetto alle attese (49 opere provenienti  in parte dai depositi del Whitney, più che dalle sale espositive), dalla fine degli anni Trenta alla metà degli anni Sessanta, ma vale in ogni caso la pena vederla, anche soltanto per godervi Untitled Blue, Yellow, Green on Red, di Mark Rothko.

Inoltre è un’occasione importante per la generazione del nuovo millennio, i nativi digitali troppo  piccoli nel 2002, quando a Palazzo Reale furono esposte le stesse opere nell’ambito della mostra “New York Renaissance Masterworks from the Whitney Museum of American Art”, e per gli altri che non hanno studiato storia dell’arte contemporanea a scuola, è una manna. Qui non si sente la roboante incandescenza della beat generation, ma  si “tocca” con gli occhi, seppure superficialmente, una variante dell’Astrazione segnica e gestuale, entrando nel vivo del nuovo linguaggio statunitense che influenzò le ricerche nell’ambito dell’informale europeo.
È un’opportunità per conoscere volti e opere dei “ribelli”, che costituivano la cosiddetta “Scuola di New York”, intorno alla carismatica personalità di Jackson Pollock, Willem de Kooning, Franz Kline, Arshile Gorky, e gli altri espressionisti astratti: Robert Motherwell, Ad Reinhardt, Philip Guston, Mark Rothko, Adolph Gottlieb, Clyfford Still, David Smith, Barnett Newman, David Smitht, e l’unica donna del gruppo Lee Krasner, moglie di Pollock.

Nell’austero palazzo Reale, sfila una carrellata di opere della “gioventù  bruciata” dalla volontà di imporsi sulla scena internazionale a colpi di pennello, per emanciparsi dalla dipendenza dal Surrealismo europeo, anche se in questa mostra non si mette in evidenza come e perché. “Pollock e gli irascibili”, che ha inaugurato l’Autunno Americano (una rassegna organizzata dal Comune in coincidenza con l’anno della cultura italiana negli USA), è a cura di Carter Foster, conservatore del Whitney Museum di New York con la collaborazione di Luca Beatrice, promossa dall’Assessorato alla Cultura, prodotta da “24 ORE cultura”, Arthemisia Group e il Whitney Museum, fondato nel 1930 allo scopo di accogliere opere di artisti americani viventi.
Gli  “irascibili”, secondo il quotidiano Herald Tribune, sono gli autori di una lettera di contestazione inviata al presidente del Metropolitan Museum, Roland L. Redmond, pubblicata in prima pagina sul New York Times (1950):  artisti “ribelli” ai linguaggi ufficiali che in occasione di una mostra sull’arte americana furono esclusi. Quindici di loro, li vedrete ritratti in un celebre scatto della rivista Life esposto nella prima sala che apre l’esposizione, in cui spicca, l’inconfondibile Jackson Pollock (1912-56), dal fisico scattante, lo sguardo tenebroso, icona dell’arte prima di Warhol, con l’immancabile sigaretta penzolante dalle labbra, immortalato nel film Jackson Pollock by Hans Namuth  proiettato su un‘altra parete, mentre “danza” intorno a una tela disposta a terra, schizzando colori da un pennello, che documenta il suo processo esecutivo del dripping con addosso un paio di jeans scuri arrotolati alla caviglia, stile Marlon Brando nel film il Selvaggio(1954). Pollock, dalla personalità irrequieta, ha implementano la letteratura romantica intorno agli artisti definiti “maledetti” come è stato per Caravaggio, Modigliani fino a Basquiat, inclini all’uso di droghe e di alcool. Scomparso a soli 44 anni, l’artista rappresenta l’archetipo di una gioventù ribelle, incarnata da James Dean in Gioventù bruciata, sullo stile di On the Road, alla Jack Kerouac, che con lui ha condiviso una morte violenta e precoce.

In mostra sono esposti alcuni  suoi disegni giovanili e l’opera di circa tre metri di lunghezza Number 27 (1950), un “saggio” di gocciolamento realizzata sotto l’influenza delle danze rituali delle popolazioni  americane precolombiane, il muralismo messicano e l’automatismo gestuale ereditato dal Surrealismo che aveva introdotto la pittura ritmica come libera espressione dell’inconscio, scevra da limiti razionali. La performatività del dripping è evidenziata nell’allestimento multimediale a cura dello Studio Castagna Ravelli, guardando comodamente sdraiati su materasso, dal basso verso l’alto, una tecnica innovativa che per l’artista americano diventa il suo unico mezzo di relazione con la superficie della tela, posta a terra, in cui gesto e  colore (Action Painting) si fondono magistralmente, aprendo la strada alla performance, come  approfondirono gli artisti  “ribelli” giapponesi, nell’ambito del movimento Gutai, sperimentatori di un’arte legata alla pittura d’azione, alla performance, all’happening.
Il dripping è impulsivo, irrazionale, gestuale. Rifugge ogni ridondanza decorativa del colore. Dai contrasti violenti, è simile alle improvvisazioni jazz di note stridule del sax di Charlie Parker.

La  mostra vale una visita anche per la sala che ospita quattro opere di Franz Kline (1910-1962) che, abbandonata la figura, approda a composizioni astratte, monocrome bianche solcate da larghe bande nere, ideogrammi ottenuti a colpi di spatola o di pennello. Questa pratica introduce una spazialità monumentale dall’energia ipnotica. Sprizza di colore, Sam Francis (1923-1994), formatosi in Europa, che contrariamente agli altri espressionisti astratti elabora un linguaggio  basato sullo spruzzo, sulla macchia, privilegiando valori tattili e volumetrici del colore.
L’ultima  sala è un capolavoro, dove ipnotizzano i colorfield paintig, gli artisti che condividono una pittura astratta metafisica intellettuale, capitanata da Barnett Newmann (1905-1970), riconoscibile per campiture cromatiche dilatate a dismisura in orizzontale, con rigore geometrico. Sono indimenticabili due opere di Mark Rothko (1903-1970), che nel 1947, l’anno dell’invenzione del dripping, elimina qualsiasi segno o forma a favore di campiture cromatiche pure, caratterizzate da stratificazioni di colore, l’uno sull’altro, dalla luminosità irresistibile e trasparente. La sua opera Untitled (Blue, Yellow, Green on Red (1954), apre uno spazio altrimenti invisibile, e poi  c’è Ad Reinhard (1913-1967), che s’ispira a Malevich nella pratica di eliminare le sfumature e i toni cromatici con l’obiettivo di ridurre ogni variazione all’essenziale monocromo o del nero, delineando forme geometriche: una ricerca iconoclasta che ha spianato la strada al Minimalismo.

Jacqueline Ceresoli (1965) storica e critica dell’arte con specializzazione in Archeologia Industriale. Docente universitaria, curatrice di mostre indipendente.

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