Balance è un filo invisibile che scorre tra le diverse opere dei differenti autori, tra le altrettante distinte culture. Un percorso lineare attraverso le due sale espositive per penetrare in un terzo spazio, dove un video proiettato a parete e alcuni lightbox sono l’unico punto di luce. La simmetria dispositiva che accade a inizio percorso gioca con una serie di equilibrismi ottici, ponendo le opere quali focus direttivi dello sguardo: così i tempi dilatati dei video di
Haris Epaminonda (Nicosia, 1980), virtuoso cipriota dell’ultima Biennale, maturano assonanze all’angolo opposto con il loop di
Jaime Pitarch (Barcellona, 1963). L’artista, visibile in un piccolo monitor, tenta di porre in equilibrio oggetti comuni in un lasso temporale che dura fin quando il visitatore è inaspettatamente colto dal rumore dell’infrangersi degli elementi a terra.
Il “colpo” di Pitarch è tuttavia l’unico, perché sia Epaminonda che
Matt Stokes (Penzance, 1973) richiedono l’utilizzo di cuffie stereo per assolvere alla loro funzione, così che la semplice esperienza della visione si ampli a quella auditiva, immersiva. Stokes in particolare gioca “tra i tempi”, rievocando le atmosfere gotiche della terra natìa: si fa moderno videomaker della performance di organisti che si alternano al poderoso strumento (
Cipher) e “pubblicizza” con locandine, reperti audio, una cassa di legno e delle bandiere una serie di concerti di musica contemporanea con organi a canne.
Carlos Irijalba (Pamplona, 1979) è l’unico a trattenere una certa coerenza produttiva con l’uso esclusivo del mezzo fotografico, e tuttavia vi realizza contributi distinti, dapprima con
Outside come first, in cui lastre di vetro sorgono nel mezzo dei paesaggi immortalati, e successivamente con la dislocazione aerea di un’immensa struttura architettonica che galleggia su un panorama desolato (
Environment).
A Pitarch e a
James Hopkins (Stockport, 1976) si debbono, in entrambe le sale, la presenza materiale di oggetti comuni sottratti alla prima funzionalità. Se è Pitarch a rendere maggiormente evidente la natura manuale dell’arte, tessendo e intrecciando mappe geografiche perché ne emerga una terza (
Pangea) o piegando laminati a formare un cerchio, Hopkins si distingue per una sensibilità pop dadaista, manipolando un orologio a parete o disponendo mensole in obliquo. Infine,
Kuba Bakowski (Poznan, 1971), incline a un’ironia più domestica e soggettiva, fotografa il paradosso di una stanza in cui gli abitanti sono distesi sotto i tavoli, o un gruppo di amici che, in posa, mima con delle lampadine la disposizione della costellazione dell’Orsa Maggiore (
Ursa Major).
Tra i differenti interventi e le innumerevoli idee del “balance” si realizza un complessivo equilibrio visivo che non frammenta lo sguardo; anzi, invita a tenere conto degli spazi di relazione che le opere creano tra loro. Sembra suggerirsi un atteggiamento disincantato, come quello di un bambino che guarda alla realtà per giocare a scoprirne per primo le incongruenze. Perché solo sui punti di giunzione con l’inusuale è possibile mantenere equilibrio.