Gli animali di
Donatella Landi sono ritratti su formelle di porcellana: le stesse utilizzate sulle lapidi cimiteriali. Nell’installazione
Master File, che invade tre pareti in fondo alla galleria, servendosi di foto tratte da edizioni enciclopediche del secolo scorso l’artista riproduce un catalogo della memoria di specie animali. L’opera sottolinea la denaturazione e l’isolamento cui l’essere umano sottomette il mondo naturale. Perdendo così una parte di sé, l’insieme delle forze sulle quali si fonda la propria evoluzione. L’uomo, sosteneva
Beuys, “
ha bisogno della natura e dell’animale, come ha bisogno del proprio cuore”.
Sempre di Landi, una serie di quindici teche seziona la riproduzione di uno scheletro di balena. Suggestione alla
Hirst, che nell’artista italiana esautora il climax percettivo della morte. La riduzione del mammifero a pura immagine scarnificata (sorta di reperto archeo-scientifico) denuncia la distanza psichico-emozionale tra l’osservatore e il soggetto.
Il rapporto tra l’universo naturale e il suo riverberarsi sull’animo umano è il tema su cui dialogano gli artisti in mostra.
Tropismo, termine in uso nella fisiologia vegetale, in letteratura (Gide, Serrault) si riferisce a un trasalimento psichico, una forza oscura e inconscia – spesso scaturita da influssi della natura – che determina i nostri atti.
Nel video di
Petra Feriancova la telecamera inquadra in close-up uccelli in volo che richiamano gli stormi di
Michal Rovner. Nel trittico
M-alghe Marine I, II, III,
Ileana Florescu accosta a un’ironica didascalia le figurazioni di organismi marini in perpetuo mutamento. Le due opere su carta di
Shirazeh Houshiary sono ispirate ai componimenti poetici del mistico Rumi. Qui la percezione psichica e sensoriale si converte in crittografia.
Hans Christian Schink aspira all’evasione verso un paradiso perduto: ha ripreso in Vietnam un fotogramma di natura lussureggiante. La pallida vaghezza da miraggio è accentuata dalla luce diretta e dai freddi cromatismi. La fotografia di
Carlo Gavazzeni, permeata da visioni oniriche, è gioco di sovrapposizioni, di presenze rarefatte. Determina un senso di atemporalità spaziale. Il suo scatto realizzato in Puglia è paesaggio dell’anima, più che del reale. E, come i sogni, ha la capacità di far riemergere dall’inconscio immagini rimosse.
Infine,
Thomas Ruff, con un lavoro della serie
Nacht, realizzata installando sulla propria macchina fotografica una lente in uso presso le forze armate per le riprese al buio. Nell’oscurità di una notte a Düsseldorf, violata dall’intensa luce verde, affiora un inquietante silenzio carico di sospensioni: “
Le mie immagini non sono rappresentazioni della realtà”, afferma l’artista, “
ma mostrano una seconda realtà, l’immagine dell’immagine”.