È un omaggio a Rumi quello che
Mehran Elminia (Tabriz, 1975; vive a Teheran e Roma) sceglie di fare attraverso la scrittura. Non è l’esercizio virtuoso del calligrafo, piuttosto l’irruente trascrizione del
Canto della Canna, dal poema spirituale
Masnavi-ye ma’ navi: “
Non è velato il corpo dell’anima, non è velata l’anima del corpo”, scrive il poeta e mistico persiano vissuto nel XII secolo, “pure l’anima a nessuno è permesso di vederla”.
Una scrittura disordinata e musicale, che mette a nudo la sfera emozionale, attraverso la gestualità e gli imprevisti dell’inchiostro scuro sulla parete intonacata di bianco: macchie, sgocciolature. Rumi, certamente, è un punto di riferimento culturale per l’Oriente, ma è anche foriero di un linguaggio universale.
Metaforicamente – come sottolinea Giuliana Stella, co-curatrice insieme a Jonathan Turner di questa prima personale italiana di Elminia,
Titolo:Antititolo – il vano con la parete della scrittura si pone come momento di pausa nel transito verso un altrove altrettanto lirico. La pittura, prevalentemente olio contaminato da altre tecniche, insegue la sagoma del silenzio, il respiro e l’energia del movimento del pensiero. Una pittura contemplativa, i cui affioramenti accennano a forme nelle quali l’osservatore può perdersi e ritrovarsi, intuendole in piena libertà.
“
Avete mai notato la presenza di qualcuno sentendo la sua ombra?”, domanda Mehran Elminia. È questa la chiave d’accesso al suo mondo interiore, alla sua arte. La presenza non dichiarata, l’essere-non essere. Volutamente, poi, l’artista e i curatori hanno scelto di “
interpretare un fondo su cui le opere potessero viaggiare nello spazio”, creando un distacco (non solo cromatico) fra le grandi tele e le pareti tinte per l’occasione d’un verde oliva scuro.
Un potente dialogo s’intreccia fra i quadri, in un discorso senza inizio e né fine. Opere che non sono etichettate da un titolo, affinché la percezione individuale possa nutrirsi senza interferenze. “
La tonalità di fondo è come pelle disseminata da forme fluide in sospensione”, affermano i curatori, che tra i referenti dell’artista citano
Paul Klee,
Mark Rothko,
Gastone Novelli e
Cy Twombly.
Roma, dove Elminia ha frequentato l’Accademia di Belle Arti, è la meta che gli ha permesso di confrontarsi dal vivo con l’arte occidentale, con uno sguardo ugualmente curioso verso l’antico e il contemporaneo. Ma la sua formazione avviene in Iran, sin dall’età di 13 anni, grazie al fondamentale l’incontro col maestro A. Sherveh. Un insegnamento tecnico ad allenare lo sguardo e ad attivare la mente. Senza preconcetti e con grande umiltà.