Un’installazione storica per inaugurare il nuovo spazio espositivo. E una serie di progetti che si presentano come fossero opere a sé stanti, ricche di istruzioni ma anche cariche di espressività. La mostra di
Fabrizio Plessi (Reggio Emilia, 1940) si divide in due ambienti, che corrispondono alle due tipologie di opere in mostra.
La stanza della luce (2001) si erge a protagonista assoluta dell’esposizione, quasi fosse una presenza totemica: un neon blu chiuso in una scatola di ferro diffonde la sua luce algida, mentre in basso la sua immagine è riproposta su un monitor. La potenzialità dinamica del video non viene però sfruttata e il neon appare immobile, uguale a sé stesso, copia perfetta dell’oggetto presentato nella sua essenza
fattuale. Impossibile non pensare alla poetica minimal di
Dan Flavin il quale, a differenza di Plessi, insiste su un utilizzo
situazionale del neon, in relazione con l’ambiente circostante. La scatola “povera”, che funge da cornice e prigione dell’elemento luminoso, altera dunque la sua relazione con lo spazio; trasforma l’oggetto in
cariatide (titolo della serie di Plessi), rendendolo più scultura e meno ready-made. Nell’accostamento di immagine reale e immagine video, Plessi sembra proporre una tautologia kosuthiana, aiutata dalla documentazione grafica che accompagna l’installazione. L’oggetto per ciò che è, l’oggetto per come noi lo (ri)conosciamo.
La continuità tra l’universo naturale e la sua rappresentazione diviene una costante anche nei progetti esposti, che presentano il neon in fase oscillatoria. Nella serie
Narciso la luce artificiale si “specchia” nel monitor, che ne riflette il movimento grazie a un nastro preregistrato. Numeri, misure, osservazioni in forma scritta accompagnano i disegni, precisi fino all’ultimo dettaglio ma non per questo meno espressivi. Lo studio di forme e colori rivela una componente creativa che sottende la fase puramente progettuale.
L’artista trae ispirazione dalle infinite varianti dell’acqua, elemento riflettente per eccellenza e dunque ricco di fascino. Luce e acqua si presentano come
“mezzi continui aventi proprietà ottiche differenti”, offrendo la possibilità di una
“riflessione sul riflettente”, come afferma lo stesso Plessi. Il progetto per
Reflecting Water (1981) è una grande tela, dove linee bianche disegnano le oscillazioni del neon-pendolo. Il monitor funge da specchio acquatico, in una sintesi di tecnologia e natura che rivela l’interesse primario di Plessi: dissimulare l’elemento tecnologico, presentandolo in forme sempre diverse. Conferendogli così nuova vita.
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l'artista piu inutile del sistema!
nauseante! il fiore all'occhiello del veneto