Nel piccolo Sinergy Art Studio hanno trovato accoglienza i lavori della giovane pittrice
Francesca Napoletano (Roma, 1981), riuniti nella personale
La pressione di un grido-Faglie.
Poche le tele esposte, tutte molto convincenti: non c’è più traccia dei precedenti percorsi battuti dall’artista, quelli che, dopo la laurea nel 2005 alla Libera Accademia di Belle Arti di Roma, l’avevano portata a comprendere fra i soggetti l’uomo e le architetture urbane. Oggi, dopo i tragici eventi legati al terremoto che ha sconvolto l’Abruzzo e i suoi abitanti, la pittrice ha scelto un’altra strada: la sua proposta espressiva, infatti, è quella d’intessere un serrato dialogo con la Terra, portato avanti a colpi di pennellate calde e pastose.
C’è silenzio e rumore tutt’intorno, c’è senso di morte e voglia di tornare alla vita: ogni tela è un lento e, al tempo stesso, vorticoso viaggio nei toni del marrone, dell’ocra, del giallo, del nero; così come il terremoto sconvolge e sovverte ogni ordine, anche l’accurato disegno preparatorio al dipinto (realizzato precedentemente in acrilico) viene superato, trasceso e di nuovo ricomposto secondo altre regole, come si evince con chiarezza nella grande tela
La sua beltà è perita, in cui l’interpretazione della natura e il coinvolgimento di Napoletano arrivano ai massimi livelli.
Esattamente come l’uomo perde le sue certezze a causa degli eventi ambientali, così la pittrice cerca altre strade artistiche che possano accompagnare questo nuovo, forzato equilibrio instabile: non c’è piattezza nelle opere né fluidità; al contrario, grazie a un gioco sapiente del pennello, solo volume che emerge e colpisce. Sembra di vedere la terra spaccarsi, e muoversi, e inghiottire un uomo che, colmo di fragilità, non può essere rappresentato.
Lavori impregnati d’olio, acrilico e bitume quelli di Napoletano, che rimandano senza mezzi termini a una materialità vera, che indagano la realtà attraverso il tratto e il colore, che fanno pensare a quella sensazione tipica di quando si toccano con le mani la terra e la roccia e se ne assaporano odori e consistenza.
Ancora volume e materia poi quando si osserva l’installazione
Tre pieghe della terra, realizzata con le pagine bianche, quelle in cui l’uomo annota i numeri “utili” e le sue verità: un bianco sporco imprigiona tutto, cancellando ogni scritta e rendendo ogni pagina un unico, grande “grumo” di carta, “increspato” come la Terra.
La pittrice dimostra in questa piccola mostra di saper interpretare (forse anche sull’onda di una consistente scia emotiva, più che di una razionale consapevolezza) l’energia che la Terra sprigiona insieme ai suoi umori più intimi e alle sue rabbie represse. Ne emerge un percorso stilistico intenso, che merita di esser approfondito e sviluppato.
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neanche male questa romanina. Certi suoi quadri fan pensare che Turner oggi dipingerebbe più o meno così. Niente tramonti mediterranei ma cieli resi grigi e plumbei dallo smog. Una chance gliela darei.
L'ho vista la scorsa settimana....
mooooolto bella....
mark
bah, se è brava come minimo deve cambiare galleria però. Con questa 'ndo và?
Ma che carino che sei!!!! fiducioso poi! Grazie mille!!