Work in progress. È questa la prima impressione che suscita la mostra di
Nico Vascellari (Vittorio Veneto, 1976; vive a Vittorio Veneto e New York) nello spazio romano ancora fresco d’apertura. Un connubio, quello fra artista giovane e giovane galleria, che si risolve in un progetto non propriamente cucito sullo spazio, quanto “scucito” dalle riviste occorse alla creazione dei collage esposti.
Già presente alla Biennale del 2007 e con la partecipazione prevista alle prossime Quadriennale e Manifesta, l’artista veneto abbandona in questa occasione la performance, scegliendo soluzioni alternative, dalle quali emerge comunque una delle componenti basilari nella sua produzione: l’elemento sonoro.
Non è dunque in mostra la fisicità dell’artista in qualità di performer, quanto la sua attitudine al controllo, smentita poi dal sincopato funzionamento della macchina.
Sui tavoli da lavoro -fattore che conferisce la sensazione di qualcosa
in fieri– due mangiacassette si sforzano di riprodurre una traccia sonora, la cui trasmissione è ostacolata dagli improvvisi inceppamenti. Impossibile prevedere l’andamento singhiozzato, così come i momenti di stallo intervallati da isterici ticchettii. Impossibile prevedere il contenuto della registrazione successiva, amplificata grazie a speaker incastonati in tavole di legno adagiate alle colonne della galleria. L’ambiente si trasforma in un cantiere all’aperto, simulando il processo inverso rispetto alla
Scatola con il suono della sua fabbricazione di
Robert Morris, di cui si coglie qualche eco sommessa.
Agli anni ‘50 strizza invece l’occhio la produzione dei collage, procedimento impregnato di (new) dada che riscopre un’ossessività in cui nulla sembra essere lasciato al caso. I ritagli ricalcano precise forme geometriche e sono incollati secondo l’ordine di impaginazione preesistente. Raro è lo “strappo” rotelliano; la scelta di fondo si riassume piuttosto in un maniacale assemblaggio, grazie al quale le forme racchiuse da cornici bianche si succedono con andamento orizzontale. C’è spazio anche per mini-raccolte tematiche; volti e occhi si combinano in un vorticoso sguardo collettivo, restituito per frammenti in piccoli triangoli.
Posizionati ad altezze diverse, alcuni dei quadri così composti trovano posto appoggiati sul pavimento, soluzione curatoriale che si vede sempre più spesso, accompagnata in questo caso da un’assoluta libertà concessa ai fili elettrici, inevitabilmente parte integrante dell’installazione. Risalta così un certo contrasto fra la disciplina dei ritagli e la casualità dell’incedere sonoro, sui cui aleggia la presenza di due lampadine posizionate dall’artista.
Nota a margine, il “testo non testo” di Ilaria Gianni che, evitando giri di parole, costruisce un singolare cruciverba diviso tra informazioni su Vascellari e sull’arte contemporanea in generale. Tra notizie e anticipazioni, un accompagnamento insolito. Le soluzioni, forse, alla prossima mostra.