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Fino all’8.VI.2014 | Musée d’Orsay. Capolavori | Complesso del Vittoriano, Roma

di - 6 Giugno 2014
È il contrasto uno dei punti di forza del Musée d’Orsay. Contrasto tra “contenitore” e contenuto – il museo è realizzato negli spazi di una ex-stazione – ma anche e soprattutto contrasto come elemento di confronto tra i pezzi della collezione a rimarcare la ricchezza delle ricerche artistiche del tempo e le varie evoluzioni. Ed è questo contrasto ad andare fino all’8 giugno “in scena” al Complesso del Vittoriano nella mostra Musée d’Orsay. Capolavori. Si badi al titolo. L’attenzione non è concentrata sui capolavori, pure presenti, ma sul museo nel tentativo di raccontarne storia e filosofia, in un percorso in cui le opere diventano pieno strumento narrativo di uno “sguardo” e, più ancora, di  una visione del museo stesso, protagonista di una riflessione sullo spazio e anche, più ampia, ovviamente sull’arte.

L’iter va così dalle giovani ballerine di Degas, ritratte nella levità dell’attimo e quasi “sfumate” nel tempo, ai toni lirici di Monet, dagli sguardi curiosi delle fanciulle di Manet alle forme sensuali delle figure di Cabanel.
Dalla pittura accademica dei Salon alla rivoluzione impressionista, fino alle avanguardie del XX secolo, un viaggio alla scoperta della modernità, che indaga l’arte, ma anche la sua stessa indagine, portando il visitatore a riflettere sulle modalità di “costruzione” concettuale di un museo. E, di conseguenza, sulle letture – e scritture – della storia dell’arte.
Sono le sensualità nette e al contempo voyeuristiche di Delaunay, omaggi al classico sentire e al sentire del Classico rinnovati da una romantica morbidezza, ma anche la quotidianità “rubata” di Corot, i paesaggi vestiti di luce di Pissarro e i suoi puntinismi. E ancora, la contemporaneità “in movimento” ritratta da De Nittis e Renoir, i tratteggi di Seurat, l’imponenza di Van Gogh, i colori di Gauguin.
Oltre sessanta opere costruiscono un percorso che va dalla pittura accademica, a confronto con l’allora emergente arte realista, alla pittura di paesaggio della Scuola di Barbizon e dunque allo studio della luce, strada che porta all’impressionismo.
D’altronde, è a Barbizon che Monet e Bazille realizzano i primi capolavori e sperimentano pennellate “nuove”. Ed è da qui che prende il via la modernità di tecnica e soggetto. Poi, ancora, il simbolismo e l’eredità lasciate da studi, trasformazioni, riflessioni e “movimenti” dell’arte. Sono il pointillisme, l’abbandono del realismo, i colori sempre più autonomi e svincolati dalla forma, il superamento della prospettiva, il cloisonnisme, i nabis, fino a ritornare alla grandezza della pittura classica, in quei corsi e ricorsi anche della storia dell’arte, che non sono mai ritorni ma sempre ricerca di un Oltre e di quell’infinitesimo, talvolta, dettaglio di ispirazione e tecnica che può aprire nuovi e infiniti percorsi di sperimentazione.
Il “discorso” è evidente. Il realismo cede il passo all’emozione scomposta nel sentimentalismo dello sguardo. Il classico che si voleva lasciare alle spalle diventa un rinnovato traguardo. La forma si frammenta ma il suo sentimento si monumentalizza. L’eternità si fa modello e ambizione, imponendo nuove regole, di costruzione. In tutto questo, il “trionfo” del Musée d’Orsay, “capolavoro” tra i capolavori.
Valeria Arnaldi
mostra visitata il 21 febbraio
Dal 22 febbraio all’8 giugno
Musée d’Orsay. Capolavori
Complesso del Vittoriano,
via San Pietro in Carcere, Roma
Orari: 9-30-19,30 dal lunedì al giovedì. Fino alle 23 venerdì e sabato. Fino alle 20.30 domenica.
Info: 066780363

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