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La spiritualità passa dal silenzio e dai sensi: la collettiva alla Julia Stoschek Foundation di Berlino
Arte contemporanea
Bianca è la canfora con il suo odore penetrante (tra gli elementi usati da Chaveli Sifre nell’installazione Adonia del 2024), come la schiuma densa delle bolle di sapone della poetica scultura Claud Canyons (1963/2018) di David Medalla, nonché il filo di luce al neon di Waiting for the Engineer (2024) dell’artista tedesca Theresa Baumgartner (co-fondatrice del collettivo BFF-Best Films Forever), nota per le sue esplorazioni di realtà alternative attraverso l’utilizzo di installazioni spaziali e luminose per creare ambienti immersivi. Tre opere che introducono alla mostra collettiva After Images (fino al 27 aprile), l’ultima curata da Lisa Long con Line Ajan e Josefin Granetoft, nel suo ruolo di direttrice artistica della Julia Stoschek Foundation, nella sede berlinese dell’organizzazione non-profit all’angolo tra Leipziger Strasse e Jerusalem Strasse.

Nei due piani dell’ex Centro culturale ceco della DDR che porta il nome della collezionista tedesca, che possiede una tra le più grandi collezioni al mondo di videoarte e time-based-media, il percorso espositivo propone una ricalibratura dello sguardo nell’intercettare e ridefinire i sistemi di conoscenza attraverso l’immagine astratta, nel suo rifiuto della rappresentazione. After Images è una mostra multisensoriale con 30 opere, di cui 6 commissionate, delle artiste e artisti internazionali Jo Baer, Rosa Barba, Theresa Baumgartner, Paul Chan, Trisha Donnelly, Laurel Halo, Lotus L. Kang, LABOUR (Farahnaz Hatam & Colin Hacklander), Ghislaine Leung, David Medalla, Carsten Nicolai, Norbert Pape & Simon Speiser, Giovanna Repetto, Chaveli Sifre, Jesse Stecklow e Anicka Yi. «Il privilegio della visione può essere fatto risalire ad Aristotele, che considerava la vista il più alto dei sensi, seguito, in ordine di importanza decrescente, da udito, olfatto, gusto e tatto» – afferma Lisa Long. «Il pensiero di Aristotele ha posto le basi per le successive argomentazioni dei filosofi razionalisti europei, in particolare la distinzione mente-corpo di René Descartes nel XVII secolo. Questa concezione collegava la vista al ragionamento della mente, dove Cartesio riteneva risiedesse l’anima umana.

Nel corso della modernità, questa separazione tra mente e corpo, con il pensiero della mente ritenuto superiore alle sensazioni del corpo, è stata utilizzata per giustificare l’assoggettamento delle popolazioni indigene e per sminuire l’esperienza vissuta di chiunque che non fosse conforme agli archetipi dell’essere bianco e della mascolinità. La scissione mente-corpo ha influenzato gli atteggiamenti socioculturali e medici al punto che ancora oggi i suoi effetti devono essere smantellati.» In questo percorso, in parte meditativo e di fruizione dell’immagine nel suo stesso superamento, sono particolarmente significative le opere di periodi diversi delle artiste Rosa Barba e Giovanna Repetto. Ancora uno schermo apparentemente bianco – in realtà traduce la summa di immagini in movimento, luce e suono – è l’elemento primario dell’opera scultorea One Way Out (2009) di Barba. In questa «via d’uscita» che impiega la pellicola 16mm, il suono ottico, un proiettore, un ventilatore e un tubo, la combinazione stessa di elementi nell’esaltazione di un suono fluttuante (ma anche lo stridore della pellicola riavvolta) sottolinea, altresì, la caratteristica della materia nella sua fragilità fisica e metaforica. Non a caso è un lavoro che riflette la poetica dell’artista indirizzata da sempre all’analisi critica della società, dell’ambiente e della politica.

Alla precarietà dell’esistenza rimandano anche le sei superfici specchianti («specchi chiusi») di Giovanna Repetto – Untitled (closed in 2024) – che emergono da spazi semibui, espressione del momento personale di crisi dell’artista nei confronti della rappresentazione, ma anche di utilizzo dello specchio come «esempio di ‘immagine atmosferica’ che, a differenza di quelle scattate con le macchine fotografiche, cambia continuamente, rappresentando senza una registrazione fissa. Quando uno specchio è ‘chiuso’, cioè fittamente riempito di pennarelli scuri permanenti in modo che il riflesso sia quasi totalmente oscurato, non può interagire con l’ambiente circostante e chi lo guarda rimarrà per sempre invisibile». Profondamente connessa con l’aspetto spirituale è, infine, la suggestiva opera Tower of Silence realizzata appositamente per la mostra dal duo artistico LABOUR (Farahnaz Hatam e Colin Hacklander). Una torre multisensoriale che, come indica il titolo, si riferisce alle «sepolture del cielo», i luoghi che ospitano i corpi dei defunti nello zoroastrismo, una delle religioni monoteiste più antiche al mondo. La luce, nel suo danzare nell’ambiente della sala cinema, lascia emergere dal buio la scultura centrale, una linea semicurva che ricorda il corpo dei ballerini nell’attimo che precede il movimento, esplorando parallelamente tre diversi tipi di silenzio: il silenzio forzato, il silenzio stoico e il silenzio profondo. «L’opera, orientata in senso spaziale, ci porta ai margini della percezione per farci attraversare diversi stati dell’essere e trascendere le sensazioni terrene».




