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Venezia, 74esima mostra del cinema/4. Il difficile dialogo tra Shirin Neshat e Oum Kulthum

di - 2 Settembre 2017
L’osannata artista iraniana Shirin Neshat, dopo Donne Senza Uomini, del 2009 e premiato a Venezia con il Leone d’Argento, ha presentato il suo nuovo lungometraggio, Looking for Oum Kulthum, in concorso alle Giornate degli Autori, alla 74ma Mostra del Cinema di Venezia. La pellicola, firmata in collaborazione con Shoja Azari, suo partner artistico e sentimentale, con la coproduzione di Coop 99 e con gli italiani In Between Art Film e Vivo Film, è dedicata a Oum Kulthum (Najia Niazi), cantante araba nota come “Il Sit”, “La Signora”, diva-icona mediorientale dalla voce sinuosa e inimitabile.
Neshat non smentisce se stessa, per la seconda volta sonda la complessità dell’essenza femminile ma adesso la protagonista non appartiene alla cultura persiana, bensì a quella araba. Il film racconta le ossessioni di Mitra (Neda Rhamanian), regista, madre e moglie quarantenne, vestita rigorosamente di nero, capelli corti, un androgino alter ego di Shirin Neshat, alle prese con un film di 90 minuti in omaggio alla cantante araba, il suo mito, ambiziosa quanto lei e tenace nella conquista di gloria e successo in un mondo governato da uomini. Durante le riprese del film, la regista–artista assume un atteggiamento sempre più intransigente prima nei confronti di se stessa e poi della troupe, a causa delle sue insicurezze, dubitando di saper cogliere nel pieno l’enigmatico spirito di Oum Kulthum. La Signora dai gorgheggi vellutati, dagli anni ‘30 e fino ai primi ‘70 del Novecento, trasmetteva i suoi concerti nelle radio nazionali arabe ogni primo giovedì del mese, da Alessandria a Marrakesh e il popolo si fermava incantato ad ascoltarla, le attività commerciali chiudevano per ascoltarla. I dubbi di Mitra triplicano quando – ma non si capisce quando, dove e perché – scompare il suo figlio adolescente e, a questo punto, pur non essendo più convinta di continuare le riprese del film, sull’orlo di una crisi di nervi e di vena creativa, non potrà comunque sottrarsi a compromessi. Oum proveniva da umili origini, figlia di un chierico di un villaggio rurale, fu educata a intrepretare inni sacri fin da piccola, vestita da uomo, perché alle donne era preclusa l’esibizione in pubblico. Giunta al Cairo con la famiglia malgrado un aspetto dimesso, fu notata per la qualità della sua voce, e da questo momento giorno dopo giorno, la cantante studia poesia e musica, con l’obiettivo di migliorare il suo strumento di seduzione, la voce, ispirandosi allo stile delle matrone musulmane. Il film termina con le immagini di repertorio del funerale di Oum del 1975: un evento epocale, che ha portato quattro milioni di persone in piazza Tahrir al Cairo.
Se è scontata la raffinata ricerca estetica di Neshat, che caratterizza le sue opere in ogni singolo dettaglio fotografico-cromatico, nell’ambientazione, nei costumi strepitosi di Mariano Tufano, nelle luci e atmosfere in bilico tra realismo e surreale, pure la scelta di linguaggio visivo, composto da una successione di “quadri” patinati, potrebbe non bastare per raccontare analogie, similitudini e differenze tra personalità femminili. In maniera non convenzionale, il film vorrebbe investigare la condizione femminile e i rapporti complessi con il potere maschile, risolti dall’autrice con una sequenza di immagini dalla delirante ossessione estetica. Questo linguaggio visivo frammentato va bene per un video ma un film dovrebbe raccontare una storia, che in questo caso risulta debole e sgranata. Manca l’intreccio tra documentari autentici dell’epoca, in bianco e nero, e i riferimenti biografici della cantante araba, liberamente rivisitati in chiave artistica da Neshat.
Il film è lento, troppo lungo, con dialoghi minimi, i testi delle canzoni della diva egiziana non sono tradotti neppure con sottotitoli in inglese, pertanto ne sfugge l’intensità, la poesia e il senso, scanditi come un mantra da una voce incantevole. Insomma, la musica vince su tutto ed è la protagonista. Inoltre, restano volutamente sullo sfondo gli accenni ai rapporti della cantante con i leader del suo Paese, da Re Farouk, ultimo sovrano d’Egitto, fino al presidente Nasser. Non è chiaro cosa accade dopo la rivoluzione del 1952, quando il programma radiofonico di Oum viene soppresso, poiché considerato filo-monarchico. Tutto è sospeso e sfuggente, fiction e realtà non dialogano, la storia dell’Egitto non s’incontra con il personaggio enigmatico, quasi mistico, immerso nelle rarefatte e sofisticate atmosfere oniriche, atemporali, lasciando intuire che l’autrice abbia espresso più la sua cifra stilistica che quella dell’eroina del suo film. (Jacqueline Ceresoli)

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