Il Risveglio, Pippo Delbono, Photos by Luca Del Pia
«C’era il Covid… e poi c’erano le guerre, l’Ucraina, la Palestina, ma a me non importava niente. Ero talmente preso dalla mia guerra». Con queste parole Pippo Delbono apre Il Risveglio, una confessione teatrale che si fa rito collettivo, un viaggio attraverso la fragilità, la perdita e la rinascita. Lo spettacolo, approdato al Piccolo Teatro di Milano, non è solo teatro, ma un atto di vita che intreccia il personale e l’universale.
La scena si apre sul nulla. Una sedia, un microfono, il silenzio. Pippo Delbono entra e si siede. La voce è roca, stanca ma carica di quella verità che solo il dolore sa dare. Parla a braccio, poi legge, lasciando cadere fogli come frammenti della vita che passa, della battaglia combattuta anno dopo anno. La morte della madre, la depressione, la perdita di Bobò, «fratello, padre, maestro», ricordando l’uomo che aveva salvato dal manicomio di Aversa nel 1997 e che da allora era diventato il cuore del suo teatro. La sua scomparsa nel 2019 lo ha lasciato sgomento, ma in questo spettacolo lo evoca attraverso ricordi, video, e quella speciale mimesi d’amore che è il suo passo traballante.
«Questo spettacolo si potrebbe intitolare La vecchiaia», dichiara Delbono ma il titolo inganna: ciò che porta in scena è un preludio. La vecchiaia non è una fine ma un ulteriore passo verso la gioia, una gioia non trionfale ma fragile e precaria. Così, tra un racconto e l’altro, la giovinezza irrompe con forza. Rievoca i suoi anni spensierati: i viaggi in moto per vedere i The Who, le serate al ritmo di See me, feel me. Delbono balla, traballa, canta. Il suo corpo spezzato è un ponte tra passato e presente, tra la vitalità giovane e l’incertezza del tempo maturo.
Ed è qui che la guerra personale incontra la guerra del mondo. Una lettera ci riporta sotto i bombardamenti, mentre cumuli di sabbia sul palco diventano croci e l’ombra del violoncello di Giovanni Ricciardi incornicia la tensione. La guerra, simbolica e reale, invade la scena, ma non per sopraffare: è un invito alla resistenza. «Non voglio stare solo, voglio gente!», grida Delbono nel finale. Ed è qui che la sua confessione privata si fa rito collettivo. L’abbraccio con gli attori della sua compagnia diventa un gesto universale, un atto di condivisione che trasforma il dolore in memoria e la memoria in risveglio.
Delbono, omaggiando Bobò e Pina Bausch, porta in scena le tante cadute e le risalite che attraversano la vita, invitando alla resistenza poetica e a una danza perpetua perché, nonostante tutto, noi continuiamo a vivere.
In scena a Milano fino al 24 novembre
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Teatro Comunale di Bolzano dal 12/12/2024 to 15/12/2024
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Teatro della Regina di Cattolica il 12/02/2025
La Città del Teatro di Cascina il 14/02/2025
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