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In Scena è la rubrica dedicata agli spettacoli dal vivo in programmazione sui palchi di tutta Italia: ecco la nostra selezione della settimana, dal 31 marzo al 6 aprile.
Teatro e danza
Moni Ovadia alla caccia di Moby Dick
In questo Moby Dick diretto da Guglielmo Ferro, con Moni Ovadia protagonista, la narrazione teatrale inizia sul Pequod, dove si consumerà la tragedia di tutti i personaggi in un susseguirsi frenetico di tempeste, battute di caccia, avvistamenti, bonacce, canti, riti pagani e preghiere.
Moby Dick è la storia di un’ossessione epica che ha la fisionomia di una tragedia shakesperiana, tale è il senso drammatico dei suoi personaggi. Moby Dick non è una balena, è una condanna, una maledizione che diventa sfida tra uomini. Il Pequod è il vascello stregato che porta la ciurma verso la perdizione. Il doblone d’oro sull’albero del Pequod e il patto di sangue dei marinai sono la chiamata mefistofelica verso gli abissi della non-conoscenza. Achab è ossessionato dalla vendetta, è uomo empio che disconosce Dio, l’uomo dell’oltre e della violazione. Starbuck è il suo alter ego, voce della prudenza, della coscienza, testimone di una visione teocentrica che si scaglia contro la blasfemia dell’odio di Achab verso la balena bianca.
E se nella ricerca maniacale di Moby Dick è la follia a guidare Achab, è sul piano del conflitto umano contro Starbuck che egli conosce l’orrore: la parte recondita della sua stessa coscienza. La malattia di Achab è Moby Dick, ma Starbuck ne è la manifestazione clinica. Non c’è redenzione sul Pequod, solo una fitta nebbia.

“Moby Dick” di Herman Melville, adattamento Micaela Miano, regia Guglielmo Ferro, con Moni Ovadia, Giulio Corso, Tommaso Cardarelli, Nicolò Giacalone, Pap Yeri Samb, Filippo Rusconi, Moreno Pio Mondì, Giuliano Bruzzese, Marco Delle Fratte, scenografie Fabiana Di Marco costumi Alessandra Benaduce musiche Massiliano Pace. Produzione Centro Teatrale Bresciano, Teatro Quirino, Compagnia Molière. A Roma, Teatro Quirino, dal 1 al 13 aprile.
Come gli uccelli, una riflessione sui conflitti tragicamente attuali
Continua la tournée del capolavoro del drammaturgo libano-canadese Wajdi Mouawad, Come gli uccelli, diretto per la prima volta in Italia dal regista e co-fondatore della compagnia torinese Il Mulino di Amleto Marco Lorenzi, e premiato come Miglior nuovo testo straniero all’edizione dei Premi Ubu 2024. Un racconto che intreccia vicende personali e grande Storia, una riflessione intima e profonda su conflitti tragicamente attuali.
«Tous des oiseaux è grande teatro (..) che dilata il tempo – scrive il regista – mentre ci perdiamo in un rito potente ed emozionante che non parla solo di noi ma dei grandi movimenti della Storia stessa. Che ci tocca profondamente l’anima mentre urla con prepotenza le sue domande politiche e umane. Che non ci lascia indifferenti di fronte all’amore e alla crudeltà dell’essere umano».
Il testo, diventato nel 2019 un vero e proprio “caso” europeo, è stato tradotto in Italia da Monica Capuani e pubblicato da Einaudi nel 2024. Eitan, un giovane di famiglia ebraica e Wahida, una ragazza di origini arabe, si conoscono a New York e si innamorano perdutamente. Si troveranno presto di fronte a un drammatico destino: sull’Allenby Bridge, il famoso ponte che collega, e al contempo divide, Israele e Giordania, Eitan rimane vittima di un attentato e cade in coma.
In questa dimensione sospesa, in cui si superano i confini di tempo e di spazio, vengono ripercorse le vicende familiari di diverse generazioni ambientate in vari luoghi geografici, generando un labirinto di storie, eredità dimenticate, lotte fratricide. Un’indagine emotiva sulla propria identità culturale che riporta alla luce conflitti ideologici solo apparentemente dimenticati ponendo urgenti questioni politiche, in uno scenario tragicamente attuale.

“Come gli uccelli” di Wajdi Mouawad, consulente storico Natalie Zemon Davis, traduzione Monica Capuani, adattamento Lorenzo De Iacovo e Marco Lorenzi, regia Marco Lorenzi, con Aleksandar Cvjetković, Elio D’Alessandro, Said Esserairi, Lucrezia Forni, Irene Ivaldi, Barbara Mazzi, Raffaele Musella, Federico Palumeri e Rebecca Rossetti, scenografia e costumi Gregorio Zurla, disegno luci Umberto Camponeschi, disegno sonoro Massimiliano Bressan. A Bologna, Arena del Sole, dal 3 al 6 aprile; a Vignola (Mo), Teatro Ermanno Fabbri, l’8; a Bari, Teatro Piccinni, il 12 e 13.
L’Onegin di John Cranko al Teatro dell’Opera di Roma, dopo 30 anni
«La tua Tatiana è un personaggio vero, in carne ed ossa. Devi trasmettere verità per evitare di cadere nella trappola del melodramma». Siamo a Roma nel 1996 e così Reid Anderson-Graefe parla ad Alessandra Ferri, protagonista dell’Onegin di John Cranko, in scena per la prima e unica altra volta al Teatro dell’Opera. A distanza di quasi 30 anni Anderson-Graefe, già direttore dello Stuttgart Ballet e custode dell’eredità artistica di Cranko, è nuovamente supervisore coreografico del balletto in programma al Teatro dell’Opera di Roma, dal 3 al 9 aprile.
Dramma in danza per eccellenza, ispirato al romanzo in versi di Aleksandr Puškin, Onegin è considerato espressione ed esempio perfetto dello “stile Cranko” per genialità narrativa e spessore drammatico, uno dei capolavori della seconda metà del nostro secolo tra i balletti di questo filone. A far rivivere la grande storia d’amore infelice narrata nell’Evgenij Onegin da Puškin, sono state chiamati al debutto Nicoletta Manni, étoile del Teatro alla Scala di Milano, e Friedemann Vogel dallo Stuttgart Ballet. Nelle altre quattro repliche gli stessi ruoli sono affidati agli artisti della compagnia capitolina: l’étoile Rebecca Bianchi (4, 6 e 9) e la prima ballerina Federica Maine, rispettivamente con il primo ballerino Claudio Cocino e il solista Giacomo Castellana. Nei ruoli di Olga e Lenskij, complementari a quelli dei protagonisti, l’étoile Susanna Salvi con Simone Agrò, le soliste Flavia Stocchi e Marta Marigliani con l’étoile Alessio Rezza, Eugenia Brezzi con Mattia Tortora.
Dall’interazione fra questi quattro personaggi prendono vita i momenti chiave per lo sviluppo dell’azione drammatica che sono il cuore di Onegin: quei pas de deux fra i più belli della recente scena coreografica, innegabile specialità di Cranko.

Gogol e le sue anime morte
Peppino Mazzotta riscrive e porta in scena una delle opere più note di Gogol, Anime morte: un affresco grandioso e sconvolgente della Russia di metà Ottocento, un capolavoro in cui l’autore, con la sua anarchica energia vitale, infonde l’essenza del carattere russo e, al tempo stesso, sfiora gli orrori nascosti nel profondo di tutti noi.
Scrive il regista: «Datata 1842, l’opera sembra adattarsi perfettamente al nostro presente. Trattasi di classico della letteratura e perciò non ci dobbiamo stupire se, come diceva Italo Calvino, non finisce mai di dire quello che ha da dire. Bisogna però ammettere che continua a parlarci anche perché, in materia di imbroglioni, corruttela e avidità, nulla sembra essere mai cambiato, nei quasi due secoli che ci separano. L’eroe del romanzo Gogoliano è un certo Pavel Ivànovic Cicikov, funzionario pubblico. Gogol ci tiene a farci sapere che non è un uomo virtuoso. Perché è giunta l’ora di lasciar finalmente riposare il povero uomo virtuoso. Considerato che l’espressione “uomo virtuoso” gira ormai invano sulla bocca di tutti, lo si evoca ipocritamente e nessuno lo rispetta. L’uomo virtuoso è stato trasformato in un cavallo e cavalcato senza ritegno, tanto da sfiancarlo e ridurlo pelle e ossa, senza neanche più un’ombra di virtù. Perciò Gogol decide che è arrivato il momento di attaccare al carro anche il mascalzone. Pavel Ivànovic Cicikov è quindi un mascalzone…».

“Le anime morte, ovvero le (dis)avventure di un onesto truffatore”, testo e regia di Peppino Mazzotta, collaborazione alla drammaturgia Igor Esposito, libero adattamento da Anime morte di Nikolaj Vasil’evič Gogol’, con Federico Vanni, Milvia Marigliano, Gennaro Apicella, Raffaele Ausiello, Gennaro Di Biase, Salvatore D’Onofrio, Antonio Marfella, Alfonso Postiglione, Luciano Saltarelli, scena Fabrizio Comparone, costumi Eleonora Rossi, disegno luci Cesare Accetta, contributi digitali Antonio Farina, musiche Massimo Cordovani. Produzione Teatro di Napoli – Teatro Nazionale, Teatro Stabile del Veneto – Teatro Nazionale. A Napoli, Teatro San Ferdinando, dal 3 al 13 aprile.
La ballata teatral-cybernetica di Marco Paolini
Boomers è una ballata teatral-cybernetica, un nuovo album di racconti dove la memoria collettiva di una generazione viene trasformata in scenari da videogioco in realtà virtuale “vietato ai minori di 48 anni non accompagnati”, all’interno del quale Nicola – alter ego/avatar di Marco Paolini – ritorna di nuovo giovane nel suo posto-rifugio, il famigerato bar della Jole, per poter rievocare e rivivere avventure, primi amori, faide politiche e un caleidoscopio di 50 anni della storia d’Italia mischiati alla rinfusa da un algoritmo ancora in fase sperimentale.
Come fosse un moderno affresco in 8 bit di un mondo nuovo in costruzione, ci si trova a guardare la scena che si svolge sotto un pilone di un ponte autostradale, che passa da un’inaugurazione ad un’altra senza alcuna manutenzione. Sotto al ponte il centro del mondo, il bar della Jole, padrona dell’avvicendarsi di storie e relazioni tra Nicola, clienti abituali e lunatici matti della piazza. Regina lucente per quella fauna di umanità scalcagnata che nei tempi bui in cui vive trova, anche nella luce più fioca, una stella polare cui appoggiarsi, per alleviare la solitudine, almeno fino al giorno dopo.
Boomers è anche la storia di un dialogo tra generazioni interrotto, un rapporto padri e figli sfilacciato che si tenta di riallacciare nella realtà ricostruita in un mondo virtuale.

“Boomers”, testi di e con Marco Paolini e Michela Signori, consulenza alla drammaturgia Marco Gnaccolini e Simone Tempia, e con Luca Chiari, Stefano Dallaporta, Lorenzo Manfredini, canzoni originali Patrizia Laquidara, musiche originali Alfonso Santimone, disegno luci e progetto scenografico Michele Mescalchin. Produzione Michela Signori, coproduzione Jolefilm e Teatro Stabile del Veneto – Teatro Nazionale. A Roma, Teatro Brancaccio, 1 e 2 aprile.
Terra matta, epopea dei diseredati
Vincenzo Pirrotta porta in scena una nuova edizione del suo adattamento teatrale di Terra matta, l’eccezionale autobiografia di Vincenzo Rabito, contadino siciliano analfabeta che ha lasciato un’appassionata testimonianza della storia del Novecento italiano attraverso emozionanti e suggestive pagine dattiloscritte, pubblicate nell’omonimo libro edito da Einaudi.
Classe 1899, Rabito visse gran parte della sua vita in condizioni drammatiche: fin dalla prima infanzia si dedicò al faticoso lavoro nei campi per mantenere sei fratelli e la madre vedova, passando poi per le trincee durante la Prima Guerra Mondiale, sopravvivendo alle bombe della Seconda, alla fame atavica del Sud contadino, fino all’improvviso benessere della «bella ebica» del boom economico. A rendere unica questa minuziosa autobiografia, dettata dalla necessità di far fronte a un’estrema battaglia quotidiana portata avanti giorni dopo giorno dal 1967 al 1970, è la lingua: un misto di parole inesistenti, neologismi ricchi di figure retoriche utili a rendere emozioni e sentimenti di una «molto desprezzata e maletrattata vita».
Pirrotta riprende in mano il dattiloscritto di Rabito, custodito dal 1999 all’Archivio Diaristico Nazionale di Pieve Santo Stefano, per dare voce, e nuova vita, a quella che è stata definita una straordinaria epopea dei diseredati.

“Terra matta”, adattamento teatrale, scene e regia di Vincenzo Pirrotta, con Vincenzo Pirrotta, Lucia Portale, Alessandro Romano, Marcello Montalto e con Luca Mauceri (percussioni, elettronica, chitarra classica), Mario Spolidoro (organetto, chalumeau, chitarra), Osvaldo Costabile (violino, violoncello), musiche originali Luca Mauceri, costumi Francesca Tunno, luci Antonio Sposito. Produzione Teatro Biondo Palermo / Teatro Stabile di Catania. A Palermo, Teatro Biondo, fino al 6 aprile.
La danza della sudafricana Mamela Nyamza che sfida le norme razziali
Dieci danzatori in timido equilibrio sulle punte con le spalle rivolte al pubblico si muovono sulle note di Le Cygne di Camille Saint-Saëns: così si apre Hatched Ensemble, della coreografa sudafricana Mamela Nyamza, una coproduzione National Arts Council of South Africa -NAC- e Makhanda National Arts Festival of South Africa -NAF (a Brescia, Teatro Grande, l’1 aprile).
Mentre nascondono i loro volti, mostrano piccole sculture in ferro lavorate a mano. La coreografia è sviluppata da Nyamza, nota per aver demistificato e decostruito la storia della danza, calpestando le norme e gli standard dei classici. Utilizzando materiali domestici di poco valore quali mollette, uno stendibiancheria, un telo di plastica e alcuni grembiuli rossi, i danzatori evocano immagini che ricordano il lavoro che si fa in casa, muovendosi in modo eccezionalmente preciso e toccante. Ispirandosi alla musica classica occidentale, alla danza e alle partiture vocali sudafricane, comparano il vocabolario del movimento delle loro diverse culture.
I danzatori raccontano storie profondamente personali che sfidano le norme razziali e di genere, mentre i loro movimenti sono costellati da momenti di balletto miniaturizzato, eseguiti con frenesia e gioia. Con piccoli gesti e grande sensibilità, si apre un intero universo, di cui la storia della danza non avrebbe mai sospettato l’esistenza, traboccante di urgenza e sottile virtuosismo.

Quella pulce nell’orecchio
Pur mantenendo l’impianto originale del testo, rispettandone la vocazione, in La pulce nell’orecchio il regista Carmelo Rifici sottolinea lo spirito giocoso e selvatico della scrittura di Georges Feydeau, ne cerca i piani nascosti, libera i singoli personaggi dal contesto borghese e valorizza i ruoli femminili. Al centro della vicenda vi è una moglie, Raimonda, la quale, allarmata dal comportamento piuttosto freddo e distratto da parte del marito, sospetta che egli abbia un’amante. Il dubbio – la “pulce nell’orecchio” – le è nato dopo il ritrovamento di un paio di bretelle, simili a quelle indossate abitualmente dal consorte, presso l’Hotel Feydeau, un albergo assai equivoco nei pressi di Parigi.
Per mettere alla prova la presunta infedeltà del marito, gli spedisce tramite un’amica, Luciana, un’appassionata e anonima lettera d’amore, cosparsa di profumo, in cui dà appuntamento all’uomo in quello stesso albergo, dove Raimonda si recherà per vedere se il coniuge cadrà nella trappola. Vittorio Emanuele, credendo però che il destinatario effettivo della lettera sia il suo migliore amico, Tornello, la consegna a quest’ultimo. Da qui si creerà una serie di fraintendimenti che indurrà tutti i personaggi ad incontrarsi all’Hotel Feydeau, dove, tra situazioni bizzarre, pareti girevoli, vecchietti che fungono da alibi, inaspettati sosia, sudamericani gelosi e travestimenti vari, cercheranno disperatamente di salvare le apparenze e di uscirne indenni. Con La pulce nell’orecchio siamo di fronte ad una farsa sul linguaggio, o meglio ad una farsa di linguaggi.

“La pulce nell’orecchio”, di Georges Feydeau, traduzione, adattamento e drammaturgia Carmelo Rifici e Tindaro Granata, regia Carmelo Rifici, con (in ordine alfabetico) Giusto Cucchiarini, Alfonso De Vreese, Giulia Heathfield Di Renzi, Ugo Fiore, Tindaro Granata, Christian La Rosa, Marta Malvestiti, Marco Mavaracchio, Francesca Osso, Alberto Pirazzini, Emilia Tiburzi, Carlotta Viscovo, scene Guido Buganza, costumi Margherita Baldoni, luci Alessandro Verazzi, musiche Zeno Gabaglio. Produzione LAC Lugano Arte e Cultura, Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa, La Fabbrica dell’attore – Teatro Vascello di Roma. A Roma, Teatro Vascello, dal 28 marzo al 6 aprile.
Carolyn Carlson Company a Genova
La programmazione di Resistere e Creare, la rassegna internazionale di danza a cura di Fondazione Luzzati Teatro della Tosse di Genova, unita alla sua XI edizione, prosegue con il grande ritorno della Carolyn Carlson Company, il 5 aprile, data unica per ISLANDS, un programma composto da tre brevi coreografie – di cui una in prima nazionale – ispirate agli elementi della natura ed ai comportamenti umani. Sono assoli e passi a due ispirati dagli elementi della natura e dai comportamenti umani cui il pubblico assisterà in sequenza.
The Seventh Man, un assolo creato per Riccardo Meneghini, interpreta carismatico della sua compagnia, che evoca le piccole morti e le rinascite con le quali ogni essere umano si confronta durante la sua vita. A deal with essence una creazione del 2023 e in prima nazionale, è un nuovo solo di Carlson per Yutaka Nakata, che trae ispirazione dalla natura, dal buddismo zen e dalle arti marziali. Room 7, interpretato da Tero Saarinen, è un solo che trascende le barriere linguistiche, poesie visive che diventano un’avvincente esplorazione della psiche umana in cui i misteri si svelano senza spiegazione.

Sasha Waltz e la Settima sinfonia di Beethoven
La compagnia di teatro-danza Sasha Waltz & Guests arriva per la prima volta al LAC, il 13 aprile, con Beethoven 7, lavoro dal forte impatto visivo, di grande forza scenografica e d’intensità emotiva, costruito sulle note della celeberrima Settima Sinfonia del grande compositore tedesco. La coreografa tedesca Sasha Waltz si distingue per la capacità di indagare le pieghe più nascoste dell’animo umano, la sua meravigliosa vulnerabilità e fragile bellezza, e per la capacità di tradurre questa indagine esistenziale in teatrodanza, ponendoci di fronte a questioni e temi universali.
Con Beethoven 7, Waltz prosegue la sua ricerca sulla relazione tra danza e musica: quattordici danzatori della sua compagnia si confrontano con la Sinfonia no. 7 in La maggiore Op. 92 di Ludwig van Beethoven e con le sonorità elettroniche di Freiheit/Extasis, nuovo lavoro appositamente commissionato al compositore cileno Diego Noguera come risposta ai temi e alle domande poste da questo monumento della cultura musicale mondiale.
Nel 1812 Beethoven annotava nel suo diario: «Le persone reali sono schiave dell’ambiente in cui vivono o possono dirsi libere?». Sasha Waltz prova a dare una risposta contemporanea a questa domanda attraverso una precisa idea di movimento corporeo e sonoro, di estetica e libertà creativa.

L’eterno marito, dal romanzo breve di Fëdor Dostoevskij
Una commedia noir L’eterno marito, tratta dall’omonimo romanzo breve di Fëdor Dostoevskij, liberamente adattata da Davide Carnevali, che mantiene un’aderenza con la contemporaneità trattando di due uomini qualsiasi che si trovano a combattere con la paura di non essere all’altezza dalla società, dal giudizio altrui e ancor di più dal loro stesso giudizio. Un’indagine sul fallimento, su come crolla il tentativo molto contemporaneo di raccontarsi al mondo in modo ideale. Il confronto feroce sulle aspettative che abbiamo di noi stessi. Alekseij e Pavel, l’amante e il marito di una moglie che non c’è più, si incontrano quel tanto che basta per vedere come l’unica figlia muore tra le loro braccia.
L’eterno marito (l’1 e 2 aprile al Teatro Basilica di Roma, dal 4 al 6 al Ridotto Teatro Mercadante di Napoli) vede due attori in scena, Ciro Masella e Francesco Villano. Il primo, che non ha problemi, i problemi se li inventa; il secondo, che i problemi li ha, fa come se nulla fosse. Il primo vive la propria vita come un dramma e la presenta come tragedia; il secondo vive la propria vita come una farsa e ne scaturisce una commedia. Ogni capitolo è uno sketch che vede i due personaggi configurarsi loro malgrado come una vecchia coppia da palcoscenico, in antitesi eppure complementari. Alekseij e Pavel, Francesco e Ciro, mettono così in scena la propria commedia, antitetica eppure complementare alla tragedia della vita. Rivelando come siano a loro volta antitetici eppure complementari, la vita e il teatro. Ma vita e teatro, quando entrano in relazione, finiscono sempre per rivelare, specchiandosi l’uno nell’altra, il loro aspetto più inquietante.

Il capitolo due di Neil Simon
Un travolgente intreccio di sentimenti, che sconfina nell’autobiografia, sullo sfondo del cuore teatrale di New York, Broadway, un Capitolo Due nella vita e nella scrittura di Neil Simon, messo in scena da Massimiliano Civica: George, uno scrittore di gialli «che potete trovare in qualsiasi supermercato», non riesce a superare il dolore per la morte della moglie. Jennie, attrice teatrale, fa i conti con il fallimento del proprio matrimonio. A farli incontrare sono Leo, fratello maggiore di George, che lavora come addetto stampa a Broadway, e Faye, migliore amica di Jennie nonché aspirante reginetta delle soap opera.
Mentre cercano, con ogni mezzo, di far scoccare una scintilla, destinata a trasformarsi in incendio, si trovano coinvolti loro stessi in una tresca dagli esiti incerti. Aprendo, per la prima volta, le proprie trame a risvolti autobiografici – la scomparsa della moglie – Neil Simon, uno dei più grandi drammaturghi del Novecento e lo scrittore di maggior successo nella storia di Broadway, scrive un Capitolo Due della vita e dell’arte, perfezionando, nella forma della commedia, il racconto di quella dolorosa gioia che è vivere.

“Capitolo Due”, di Neil Simon, uno spettacolo di Massimiliano Civica, con Maria Vittoria Argenti, Ilaria Martinelli, Aldo Ottobrino, Francesco Rotelli, scene Luca Baldini, costumi Daniela Salernitano, luci Gianni Staropoli, traduzione e adattamento Massimiliano Civica. Produzione Teatro Metastasio di Prato. A Milano, Piccolo Teatro Strehler, dall’1 al 6 aprile.
Lo Stabat Mater di Liv Ferracchiati
Uno scrittore trentenne (interpretato da Liv Ferracchiati) affronta le tappe esistenziali della sua maturazione di essere umano e si dibatte tra l’incapacità di sostenere una relazione con la propria compagna (Livia Rossi), e la necessità di recidere il cordone ombelicale e ottenere dalla Madre (Francesca Gatto) un “patentino” che lo autorizzi ad esistere. Ad accompagnarlo in questo percorso sarà una psicologa (Chiara Leoncini), che lo aiuterà a individuare i cliché e gli stereotipi di cui, suo malgrado, è vittima.
Un nuovo ensemble di interpreti e un nuovo allestimento dello spettacolo Stabat Mater di Liv Ferracchiati – secondo capitolo della cosiddetta Trilogia sull’identità – torna in scena, quasi dieci anni dopo in una forma diversa, nella volontà di far rivivere un progetto che, in anni non sospetti, aveva trattato tematiche politicamente e socialmente centrali quali l’autodeterminazione e la libertà d’espressione identitaria. Una commedia sferzante e caustica presentata nel 2017 alla Biennale di Venezia, esito di un intenso lavoro di raccolta di interviste sul tema della costruzione del genere, realizzate tra il 2013 e il 2015 dalla prima compagnia di Ferracchiati, The Baby Walk.
L’obiettivo era quello di raccontare da un punto di vista inedito le dinamiche dei rapporti familiari e del divenire adulti, mentre il lavoro drammaturgico si distingueva per il linguaggio fresco e ironico, ancorato ai canoni della contemporaneità, ma con punte di lirismo.

“Stabat Mater”, drammaturgia e regia Liv Ferracchiati, con Liv Ferracchiati, Francesca Gatto, Chiara Leoncini, Livia Rossi, scene Giuseppe Stellato, costumi Laura Dondi, luci Emiliano Austeri, suono spallarossa. Produzione Centro Teatrale MaMiMò, Marche Teatro, Teatro Nazionale di Genova, Teatro Stabile di Torino – Teatro Nazionale. A Genova, Sala Mercato, dall’1 al 6 aprile.
Raffaella Giordano e Stefania Tanesini, passaggio di testimone
Dopo vent’anni dal suo debutto nel 2005, Raffaella Giordano – protagonista della danza europea da oltre trent’anni e co-fondatrice dell’associazione Sosta Palmizi – intuisce la possibilità di ricostruire l’inafferrabile e misterioso assolo Tu non mi perderai mai affidandolo alla giovane danzatrice e autrice Stefania Tansini. In scena (il 5 e 6 aprile a La democrazia del corpo, Cango Cantieri Goldonetta, Firenze, e 3 e 4 maggio a FuoriMargine, Cagliari) uno spettacolo intimo e radicale sull’amore e l’assenza, capace di tradurre in movimento la profondità della parola poetica. Un gesto virtuoso che apre un dialogo fra generazioni e offre al pubblico di oggi, e a coloro che ne sono stati testimoni venti anni fa, un lavoro che trasforma la danza in azione essenziale.
Un progetto di trasmissione vissuto nel cuore dell’amore per la danza e nella profonda sostanza del movimento. Un dono reciproco che lascia apparire abbracciato ai vapori del Cantico, il respiro di un nuovo racconto.

Le Baccanti di archiviozeta
Il culto dionisiaco riportato alle sue origini indiane. Il rapporto con la natura. Il tema del doppio, nel teatro così come nella vita. Il ribaltamento dei ruoli, le identità mutevoli. Tra danza Bharatanatyam e musica contemporanea eseguita dal vivo, sono questi i temi principali attraversati dalla compagnia archiviozeta nel nuovo allestimento di Baccanti di Euripide. Dopo la prima versione nata nel 2023 nell’ambito della rassegna inosservanza, pensata in stretta relazione con Villa Aldini a Bologna, e nel 2024 poi, in un secondo allestimento che ha riguardato la navata barocca dell’ex chiesa di San Mattia, sempre a Bologna, è ora in scena per la prima volta all’interno di un teatro – dunque in prima nazionale – il 4 aprile al Teatro Palladium di Roma.
Alla guida di un gruppo di giovani attrici e attori di fronte a uno dei testi fondamentali del teatro antico, un inno alla vita indistruttibile, Enrica Sangiovanni e Gianluca Guidotti affrontano la tragedia scritta tra il 407 e il 406 a. C. depurandola dagli stereotipi stratificatisi nei secoli, andando al cuore dell’antico edificio tragico e ancora più indietro nel tempo, fino ad arrivare alle origini più remote del culto dionisiaco, la cui nascita risale all’antichissima cultura indiana.
Lo scavare all’origine, tornare alla struttura archetipica – prima indiana, poi greca – del Mito, è la chiave per la messa in scena di archiviozeta, dove il coro femminile di Baccanti è interpretato da attori uomini, Penteo da un’attrice che impersona un uomo che si traveste da donna e, infine, Dioniso stesso viene interpretato, in simbiosi, da un’attrice e da un attore contemporaneamente, «A significare la natura doppia, imprendibile, androgina e instabile del dio fanciullo e toro, sacerdote e regista».

The Fridas, duetto ispirato a Frida Kahlo
Un nuovo duetto firmato da Sofia Nappi, coreografa e direttrice artistica della giovane compagnia KOMOCO, The Fridas, sarà presentato in anteprima in Italia il 4 aprile a Reggio Emilia a Fonderia Aterballetto e a seguire, in prima nazionale, il 12 aprile al Teatro Civico di Schio, nell’ambito del Festival Danza in Rete. The Fridas vede in scena i suoi primi collaboratori, Adriano Popolo Rubbio e Paolo Piancastelli, in un duo che, come suggerisce il titolo, si ispira a Le due Frida, iconico ed evocativo dipinto di Frida Kahlo.
Così come nell’opera pittorica, in scena i due danzatori si muovono nella dualità, espandendone il senso fino al suo annullamento. Attraverso complicità e contrasto la scrittura coreografica indaga il caleidoscopico tema dell’identità umana: i movimenti speculari e divergenti incarnano conflitti e armonie interiori, i gesti rivelano intimità e vulnerabilità, sfidando le convenzioni sulla mascolinità. I danzatori si muovono nello spazio, elemento vivo capace di unire e dividere, e attraversano vari stati emotivi, facendosi veicolo espressivo delle moltitudini contenute in ogni singolo individuo, celebrando così la rottura della dualità e l’accettazione ironica del caos della vita. La danza di The Fridas, così come il dipinto di Frida Kahlo, fluisce simbolica e profonda attraverso l’ambiguità, le tante personalità possibili, la complessità umana.

La romantica Giselle secondo Nyko Piscopo
Gisellə della Compagnia Cornelia, è ispirato al balletto romantico per antonomasia, Giselle, reinterpretato dal coreografo Nyko Piscopo per esaltare il tema dell’amore oltre il genere, il pregiudizio e l’inganno in un tempo attuale ancora stigmatizzato (a Milano, Teatro Carcano, il 5 e 6 aprile). I danzatori e le danzatrici della compagnia ballano tra reale e virtuale questo capolavoro intramontabile che trova qui una nuova narrazione e dimensione contemporanea anche grazie alle musiche originali composte da Luca Canciello.
Insieme al codice coreutico, la seconda parte dello spettacolo si sviluppa anche in una dimensione digitale con l’inserimento del progetto video La Danza delle Villi realizzato nell’ambito del Festival AstiTeatro46, esito di un laboratorio con danzatori, ex-danzatori e/o amatori della danza Over50. Le Villi che, secondo le antiche leggende slave sono spiriti di donne morte prima di convolare a nozze che di notte popolano i boschi dove si vendicano con qualunque uomo facendolo danzare fino allo stremo, appaiono in Gisellə inermi e inafferrabili. Solo quando il loro sguardo si posa su Albrecht riescono a entrare in contatto con la realtà per compiere la loro missione vendicativa.
La relazione tra virtuale e reale, ideata dal coreografo, vuole simbolicamente sottolineare come il digitale benché sia uno strumento straordinario per la condivisione, la memoria e l’accesso alle informazioni, può trasformarsi in una prigione invisibile, in cui intere generazioni rischiano di rimanere intrappolate.

Brandelli autobiografici ed evocazioni letterarie con Silvia Calderoli
Torna in scena a Urbino, il 31 marzo al Teatro Sanzio, nel cartellone di TeatrOltre, uno degli spettacoli cult di Motus che ha girato il mondo, MDLSX un viaggio teatrale dell’attrice e performer Silvia Calderoni, regia di Enrico Casagrande e Daniela Nicolò. Un viaggio teatrale, un esperimento concepito nel formato di un eccentrico dj/vj set.
In MDLSX collidono brandelli autobiografici ed evocazioni letterarie, inni alla libertà di divenire, al genere genderb(l)ending, all’essere altro dai canoni del corpo, del colore della pelle e della nazionalità. Frammenti d’autobiografia, playlist di una vita mixate dal vivo, assieme a innesti e parallelismi con la storia di Cal/Calliope l’ermafrodito protagonista del romanzo Middlesex di Jeffrey Eugenides, creano un cortocircuito postmoderno per una nuova performance animale di Motus androgina esca, sincera. Ed è verso la fuoriuscita dalle categorie – tutte, anche artistiche – che MDLSX tende. Sulla confusione tra fiction e realtà MDLSX oscilla, da Gender Trouble a Undoing Gender.
