È la parola “libertà” alla quale dare voce. E a muovere l’animo, la mente, i gesti di Mario Perrotta regalandoci un ammaliante, immaginifico, appassionato viaggio interiore tra le parole “in libertà” di Italo Calvino, prese in prestito per un componimento originale dello stesso attore pugliese. Lo spettacolo “Come una specie di vertigine. Il nano, Calvino, la libertà”, ha la sua originalità nell’intrecciare con leggerezza e profondità storie di umanissima sostanza dentro il racconto di un solo uomo, di nome Nano, che «Tra i tanti abitanti delle pagine dei romanzi di Calvino – scrive Perrotta -, è quello meno libero: ha un corpo, una lingua e una mente che non rispondono alla sua urgenza di dire, di agire».
Dalla sua postazione fissa – bloccato su una sedia e con accanto un microfono – si apre un mondo: quel mondo che “…gira nello spazio senza fine, con gli amori appena nati, con gli amori già finiti, con la gioia e col dolore della gente come me” che la celebre canzone di Jimmy Fontana evoca, e che egli, inseguendo il brano musicale, cerca disperatamente di cantare contorcendo la bocca. Dall’iniziale scompostezza il suo corpo deforme progressivamente si ricomporrà assumendo una postura misurata e riacquistando la voce per cantare.
Con questo inizio di spettacolo, Perrotta, collocato sopra una pedana con dei fari a tratti puntati verso la platea, ci presenta il suo personaggio, il nano, raccontato nel romanzo autobiografico di Calvino “La giornata d’uno scrutatore”. Fissando il pubblico e rivolgendosi a dei singoli spettatori comincerà a parlare. E non ci lascerà più col suo sguardo, col suo indicarci e coinvolgerci e provocarci – «Io non sono libero… voi si!» – con domande sulla libertà mai compresa nel suo valore, facendoci entrare nel suo fantasioso e realistico mondo a più voci, in quello spazio circoscritto, luogo di cura (il Cottolengo di Torino) che comprende i suoi compagni di corsia interpellati con amorevolezza, e ai quali guarda girando il viso a destra e a sinistra, e con un lieve piegamento del busto all’indietro.
Conferendo spirito e carne al personaggio che, nonostante tutto, non sarà mai intenzionato a «Rassegnare le dimissioni dall’ottimismo», né ad abbandonare un’impossibile storia d’amore nel frattempo nata nella sua mente, Perrotta dosa, con emozionante immedesimazione, toni, espressioni, gesti, sguardi, nel tessere la rete di personaggi – tra cui Cosimo, il barone sugli alberi, Agilulfo, Surgulù, Palomar, l’Onorevole e altri, come Suor Antica, inventati – e situarsi tra le maglie dei racconti di Calvino evocati, “Il barone rampante”, “Il cavalieri inesistente”, “Le cosmicomiche”, Le città invisibili”, “Palomar”. E con essi la città infelice di Raissa, e le città invivibili, la “Cosimo’s song”, il rap di Spirito e corpo, e infine il sogno del viaggio e ritorno nella Galassia dove “…Senti che in questo eterno, così, sospesi, non c’è più rabbia, fame di cose, turbamento esistenziale”.
Un sogno, un desiderio, una speranza che l’essere umano possa essere migliore. E intanto eccolo ritornare nella posizione riversa dell’inizio, mentre ricomincia la canzone di quel “…mondo che non si è fermato mai un momento”.
Lo spettacolo, prodotto da Permàr, Emilia Romagna Teatro ERT / Teatro Nazionale, ha debuttato al Teatro Carcano di Milano.
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