La riflessione sull’arte che da sempre
Marco Tirelli (Roma, 1956) compie non è quell’allineamento alla moda del momento che in molta pittura odierna si può incontrare, ma un percorso in solitaria, come quello che gli alpinisti compiono quando cercano una via nuova nell’ascesa di una montagna. Tirelli percorre sempre vie nuove, personali, che invitano il fruitore a praticare percorsi inediti e anche difficili.
Ed è più facile che i suoi riferimenti siano letterari o filosofici piuttosto che pittorici, anche se alcune affinità le possiamo trovare in qualche maestro (più nei lavori precedenti che in questi in mostra a Bolzano). Una delle fonti di Tirelli è Italo Calvino: l’artista romano ama citarlo, e lo si percepisce immediatamente, perché il contesto è quello di un’immaginazione che arriva attraverso il pensiero e non dalla pura fantasia.
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Ri-conferire potere alle immagini e all’immaginazione” è lo sforzo messo in atto realizzando questa mostra. Non capita spesso che in una galleria le dimensioni interne siano stravolte al punto che il luogo divenga il trasferimento di un’idea precisa dell’artista. Nell’allestimento è messa in scena proprio l’immaginazione, ricorrendo alla rappresentazione di un topos del Rinascimento, che è quello spazio interno di un palazzo, chiamato studiolo, dove si riflette, si legge, si studia.
Tirelli gioca con la sua recentissima produzione e invita a entrare in questo luogo, che è una sorta di autoritratto in forma di quadri. Con l’atto di rifarsi a questo spazio intimo e ristretto per mostrare i propri lavori, l’artista chiede un’attenzione particolare da parte dell’osservatore.
Vedendo il progetto, quest’ultimo deve tener conto della poetica passata, ma nello stesso tempo, accanto a essa, si affacciano e sono presentate alcune forme pittoriche che aspirano alla narrazione più che a forme geometriche assolute. È come se Tirelli invitasse il visitatore del suo studiolo ad abbandonare alcuni luoghi della sua stessa pittura, per conoscerne altri.
Alle pareti della galleria sono esposti gli oggetti chiave della sua identità artistica: i labirinti, i particolari di gradoni in pietra di città perdute, i grandi e doppi ovali neri in tempera e carbone, le pure forme di oggetti di cui s’è dimenticato il valore d’uso. La sua narrazione conferisce o, meglio, ri-conferisce un’immaginazione perduta nella quotidianità.
C’è molta architettura in questa nuova proposta di Tirelli. Un’architettura più vicina a Borges che a Calvino, perché affonda nella protostoria degli spazi. Non sono città immaginarie; sono città antichissime, esistite e di cui non se ne ha più traccia. Anche le forme più sinuose, meno spigolose, è come se provenissero da uno stato profondo di sonno ed esistono per quello che sono, senza una logica che presupponga la loro costruzione.