L’Assessorato alla Cultura del Comune di Padova, sotto la direzione di Gianfranco Maritoni ed Enrico Gusella, nell’ambito della rassegna ‘Padovafotografia’, che in questi anni ha dato vita ad eventi illustranti le opere di Smith, Jodice, Storaro, Modotti e Rosenblum, propone una interessante mostra dedicata al maestro colombiano Leo Matiz. Con la presenza di circa 150 immagini (che la collaborazione con la Fondazione Leo Matiz ha reso possibile) viene illustrata la caleidoscopica attività dell’artista, sfiorando quasi tutti i temi che lo coinvolsero. Partendo dai ritratti, ove le immagini quasi caricaturali di ‘persone’ riproducono uomini, donne, bambini nelle bellezza dell’istante; passando per i paesaggi, veri e propri spazi in cui l’identità tende ad annullarsi per lasciar respirare angoli e prospettive ‘atipicamente’ naturali; toccando l’architettura, con le geometrie costrittive e punti di fuga matematici, ma che, pur nella loro rigidità, sanno essere così aperte al volo del pensiero; per arrivare all’astrattismo delle inquadrature ravvicinate, ove il soggetto ritratto perde la propria funzione ed instaura un processo di continuazione, complesso ed articolato; la mostra riesce a far percepire la sottile struttura artistica che contraddistingue l’opera di Matiz. Vissuto a contatto con realtà sud-americane, ne riporta le testimonianze sotto la luce fervida dell’umiltà, della dedizione, della durezza. Con un passato da disegnatore, pittore, reporter e gallerista (fu il primo gallerista di Botero) Leo Matiz percorre, all’insegna della curiosità e alla ricerca della migliore espressione, una moltitudine di tappe che non possono far altro che arricchirlo.
Vissuto come un nomade e affascinato dalle potenzialità del cinema, il Maestro vede nell’obiettivo della macchina fotografica il mezzo più adatto per promuovere le proprie idee. Le sue opere giocano con le sfumature del bianco e nero; catturano la luce su angoli insoliti; appesantiscono la prospettiva deviandone l’assetto; focalizzano l’istante rendendolo eterno, significativo, impalpabile-doloroso. Fotografie come ‘Don Chioschotte’, ‘Un parente di Anthony Quinn’, ‘Intrecciando cappelli di paglia’ o come ‘Il Pescatore’ e ‘Cappelli di Palma’ rappresentano in un sol battito malinconia e poesia, tristezza ed eleganza, orgoglio e povertà. Altre come ‘Luci’, ‘Sottosuolo del Poligono’ e ‘Alluminio’ vanno ad indicare la difficoltà di affermazione dell’identità, contro la presenza rassicurante dei ritratti di personaggi famosi (‘Domingo Peron’, ‘Fidel Castro’, ‘Nelson Rockfeller’) e a dispetto di ritratti più incisivi della gente comune (‘Indigena’, ‘Maya’, ‘Clown’).
Se ci si reca in macchina a visitare la Mostra, consiglio di parcheggiarla nella splendida cornice che Prato della Valle (Una delle piazze più grandi d’Europa) dispensa gratuitamente; con pochi passi raggiungerete in fretta l’ex Museo Civico. Potete anche acquistare il catalogo, disponibile alla modica cifra di Lit. 30.000. Un plauso meritato agli organizzatori che, oltre alla scelta di dedicare una monografica ad un artista di tale levatura, hanno saputo corredare di validi supporti la visione della stessa.
Kranix (Massimo Campaci)
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