Presso il Palazzo della Fondazione Querini Stampalia è esposta la prima retrospettiva di Raghubir Singh, fotografo indiano nato nel 1942 a Rajasthan e morto nel 1999 a New York. La mostra comprende 43 immagini di periodi diversi, dal 1975 al 1997, della carriera di questo fotografo, rivalutato dalla critica solo negli ultimi anni.
Sempre legato alla sua India ma lontano da facili esotismi o tradizionalismi, questo grande fotografo contemporaneo ha puntato il suo obiettivo sulla vita delle metropoli indiane inquadrando volti e colori, persone e luoghi nella loro particolare ambientazione.
Raghubir Singh, fin dai tempi degli studi alla Dehli University, ha pubblicato le sue fotografie su Life e sul New York Times. Fotografo professionista dal 1965, ha subito una decisiva influenza da Henri Cartier-Bresson, incontrato a Jaipur nel 1966. Dal 1974 ha pubblicato importanti serie sul Gange, su Calcutta, Rajastan, Kashmir, Benares, Bombay, fino al retrospettivo River of Colour – The India of Raghubir Singh del 1998. Ha vissuto e lavorato a Londra, Parigi e New York, tuttavia ha dimostrato che l’India è il soggetto della sua arte e il fondamento della sensibilità attraverso cui egli l’ha percepita.
Le sue foto ritraggono gli uomini e le donne dell’India, i colori delle caste d’appartenenza, le architetture classiche e moderne, tutte immagini che tentano di costruire un linguaggio iconografico, che appare tuttavia in continua trasformazione e non sembra mai risolto.
La sensazione è che il linguaggio di Singh sia in continuo mutamento, proprio come il continente che ritrae, ma questo aspetto appare accentuato sul finire degli anni Ottanta, quando questa caratteristica del lavoro del fotografo coincide esattamente con ciò che accadeva in India in quegli anni. Si tratta del periodo in cui l’India tenta di modernizzarsi a tutti i livelli e questo processo necessario entra in conflito con gli usi ed i costumi di una civiltà millenaria.
La mutazione ambientale e sociale, visibile ad ogni angolo della strada, diventa la fonte di un’indagine di Singh, che lo porta a cercare le forme in cui è possibile la convivenza tra elementi diversi, tra il moderno e l’antico, tra l’innovazione e la tradizione.
Il soggetto appare collocato sempre al centro dell’immagine e da qui è invitato a dialogare con gli elementi che lo circondano e che si muovono senza una regia precisa. La grandezza di queste immagini risiede soprattutto nella volontà dell’autore di lasciare gli interpreti liberi da regole prospettiche predefinite, aspirando ad un’armonia complessiva, in cui ogni elemento della realtà assume un significato, spesso simbolico
I suoi lavori fanno oggi parte delle maggiori collezioni fotografiche, quali il Metropolitan Museum of Art e il MoMA di New York.
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