Il Pushkin è una delle realtà museali storicamente più importanti di Mosca. Dalla sua costituzione nel 1912, il Museo dimostrò particolare interesse nel possedere opere di pittura italiana, sia attraverso l’acquisizione di collezioni private che con lasciti da collezioni pubbliche -tra cui l’Ermitage-, giungendo nel ‘24 a dedicarvi una sezione. E riuscendo a esporre, caso unico in Russia, opere come la
Gioconda e la
Venere di Urbino. Oggi conserva ben 550 opere di autori italiani; ottanta sono a Verona in rappresentanza di tale patrimonio. Scelte dalla collaborazione fra Viktorija Markova, conservatrice della sezione italiana del Pushkin, e Paola Marini, direttrice del Museo di Castelvecchio, le tele vanno dal Cinquecento al Novecento con l’intento di tracciare un panorama di ampio respiro cronologico e stilistico.
Seguendo il corso dei secoli, s’incontra
Dosso Dossi, che nel
Paesaggio di scene di vita dei santi ha la possibilità di dare anima alla sua caratteristica fantasia, unendo in un vastissimo paesaggio immaginario scene iconograficamente salienti di vari santi.
Paolo Veronese decisamente manierista nella sovrannaturale torsione del corpo plastico di Cristo, che nella
Resurrezione ascende elegante dal sepolcro circonfuso di luce. Ancora veneti, passando per un bel
Ritratto di Giovane di
Tintoretto, fino a un’
Adorazione dei pastori di
Palma il Giovane,
priva di ogni idealizzazione del momento sacro, mostrando in un ambiente dimesso in primo piano i pastori e il grande posteriore del bue.
Stupenda l’
Assunzione in cielo di Maria Maddalena di
Giovanni Lanfranco, dove la donna, nuda e coi capelli lunghissimi, è portata in tripudio da schiere di putti musicanti, tramite una composizione chiaramente basata sul triangolo. Tecnica “non finita” per un barocco coinvolgente e godibile.
Vanitas è uno dei temi principale dei contenuti di epoca barocca e il titolo della tela di
Bernardo Strozzi riguarda la consapevolezza umana che tutte le cose dovranno finire, in primis la bellezza della gioventù; consapevolezza che si cerca di allontanare con inutili maschere: la vecchia allo specchio parla da sé. Inno alla bellezza giovane è invece il superbo
Fruttarolo di
Bartolomeo Manfredi, in cui l’equilibrata composizione mette in luce un ritratto raffinato, che nobilita il popolano facendone un personaggio aulico, fuori dalla pittura più semplicemente di genere.
Il genovese
Alessandro Magnasco fa un ritratto veristico della povertà e della malattia che colpisce anche gli ecclesiastici di rango inferiore nella toccante
Mensa delle Monache, dove le donne in un interno diroccato si aggirano come scheletri tra i rimasugli di cibo, tanto che anche la loro ferrea fede nell’intervento divino si manifesta cupa nella nuvola grigia che irrompe dall’alto. Il modernissimo
Alessandro davanti il corpo di Dario di
Giannantonio Guardi si qualifica per la sua valenza materica che supera l’episodio narrato, tanto che l’occhio vaga sui grumi di colore dotati di una propria vita narrativa. Opera eccezionale, tra le più intriganti esposte.
Si giunge alla meta con una contenuta serie di tele del XX secolo vicine al gusto di “Novecento” nel comune desiderio di ritorno all’ordine classicheggiante dai corpi scultorei e tozzi, mutuati in parte da
Picasso.
Achille Funi,
Felice Casorati e
de Chirico chiudono l’excursus cronologico mostrando il contributo della collezione Pushkin nel tracciare un sentiero in più nella vastissima storia della pittura italiana.